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 2017  aprile 10 Lunedì calendario

Il personaggio: Cristina Scocchia

Chissà se chi era andato a parlare per conto di Procter & Gamble si ricorda di quel giorno di oltre 20 anni fa. Luogo: l’università Bocconi. Scopo: spiegare agli studenti dell’ateneo milanese cos’era P&G e come si lavora nella multinazionale Usa. 
Cristina Scocchia, di certo, se lo ricorda bene. Era nel gruppo degli universitari ad ascoltare la presentazione del colosso Usa. I cui manager a un certo punto hanno detto quelle parole che fanno scattare qualcosa dentro: «Che non importa il tuo punto di partenza, ma quello che sei e il tuo talento – ricorda —. La sera stessa ho mandato il mio curriculum per uno stage di tre mesi». 
Il percorso 
Le multinazionali sono solite rispondere a chi invia un curriculum ed è stato così che Scocchia, sanremese figlia di insegnanti, allora al primo anno di economia nell’università di Milano, entra in Procter, grande scuola di formazione di molti manager che oggi si trovano ai vertici di gruppi in tutto il mondo. «Mi ero detta: “Inizio con questi tre mesi”. E, invece, mi sono fermata. Perché oltre al talento – sottolinea – ci vogliono tantissimo lavoro e fatica, ma anche un po’ di fortuna». 
Che bisogna cogliere, però. Così, quando il brand manager a cui l’avevano affiancata per quei tre mesi di stage, decise di lasciare il posto appena prima di un importantissimo meeting con Antonio Belloni, allora uno dei grandi capi di P&G (e adesso da 16 anni braccio destro di Bernard Arnault in Lvmh), all’incontro mandarono lei. «Mi dissero: “Sei l’unica che conosce bene il progetto”. Ho cercato di dare il meglio di me». È andata così bene che Belloni le propose di rimanere. «Sostenne che ce la potevo fare, che dipendeva da me. Per tre anni ho lavorato dalle 9 di mattina alle 10 di sera; poi, di notte, studiavo fino alle 4 della mattina dopo, non ho mai preso un giorno di permesso per l’università. Non è stato facile: all’inizio c’è l’adrenalina dell’entusiasmo, poi si sente la stanchezza. Ma il giorno della laurea, con 110, c’era tutto il team italiano di P&G collegato in diretta per poter essermi vicino in quel momento per me così importante. Sono stati anni formativi, è stato come fare il servizio militare». 
Quarantatré anni, un marito cardiochirurgo, un figlio di 8 anni, Scocchia è oggi di fronte a una vera svolta professionale. Dopo aver salito i gradini di Procter & Gamble fino a diventare direttrice generale di Max Factor, brand della cosmesi da 1 miliardo di dollari di fatturato presente in una settantina di Paesi, a metà del 2013 la manager era, infatti, passata in L’Oréal come presidente e amministratrice delegata della filiale italiana con il compito di rilanciare una realtà importante per il gruppo francese (è il quinto mercato per fatturato) che stava rallentando. 
Nel 2014, primo anno della gestione Scocchia, la flessione si è fermata, poi la branch italiana (somma de L’Oréal Italia ed Helena Rubinstein) è tornata a crescere e nel 2016 ha sfiorato il miliardo di euro con ricavi in crescita del 3,2%, a fronte di un mercato a +0,3%, e un utile operativo in aumento dell’11,1%». Proprio adesso, però, Scocchia ha deciso di cambiare: la settimana scorsa il gruppo, che fa capo alla famiglia Bettencourt, ha annunciato la sua uscita e la nomina come amministratore delegato di Francois-Xavier Fenart. 
È stata un’autentica sorpresa. Scocchia lascia, infatti, nel momento di raccogliere i frutti della riorganizzazione per andare dove? Ancora non si sa ma, di sicuro, c’è un progetto importante che l’attende. All’indomani dell’annuncio, ha detto al Corriere della Sera di essere stata «affascinata dal mondo del private equity» e di voler «diventare Ceo di un brand internazionale». E a questa risposta si attiene ancora oggi. Nell’attesa di capire quale sarà il suo approdo, spiega che «con Max Factor ho potuto mettermi alla prova su mercati diversi, mentre con L’Oréal Italia ho gestito tutto il processo verticale dalla produzione ai rapporti con i sindacati. Adesso vorrei unire queste due competenze. Ho l’età giusta per rimettermi in gioco». 
Non un passo facile. «Quando hanno annunciato che mi ero dimessa i dipendenti mi hanno fatto un lungo applauso, non erano tenuti a dimostrarmi il loro attaccamento e questo gesto mi ha commossa. Devo molto a L’Oréal», dice la manager. 
Parla con affetto del team che l’ha seguita in questi quattro anni milanesi. E ci tiene a ricordare quello che è stato il suo secondo role model: Jean-Paul Agon, l’amministratore delegato del colosso francese della cosmesi da quasi 26 miliardi di euro di ricavi. «Alla fine del colloquio per passare da Procter a L’Oréal Italia mi ha detto: “Credo in lei”. Eppure io non ero mai stata amministratrice delegata. Come Belloni, anche Agon – dice Scocchia – è una di quelle rare persone che sanno vedere negli altri ciò che potranno essere. Ecco, nel mio piccolo, spero di poter essere un esempio per i giovani e, soprattutto, per le giovani: voglio che sappiano che, anche provenendo da una famiglia normale come la mia, si possono realizzare i propri sogni. Ci vuole resilienza, non bisogna fermarsi alla prima persona che ti dice “non hai tutte le caratteristiche necessarie” e bisogna incontrare qualcuno che creda in te». 
Sul ponte di comando 
A credere in se stessi, però, bisogna essere i primi. Pragmatica, perfezionista, propositiva sono tre aggettivi che la descrivono. In L’Oréal Italia ha introdotto (imposto) il lavoro flessibile, convinta che si dovesse cambiare mentalità per passare dal controllo del capo sul sottoposto alla fiducia nel sottoposto. Allo stesso tempo ha ridotto i costi, ma non quelli necessari al core business e alla vendita dei prodotti. È stata una ambasciatrice attiva dell’Italia pur essendo alla guida della filiale di un gruppo francese. «Perché io sono italiana – dice – Mi è piaciuto partecipare e conoscere imprenditori che ho sempre stimato». Come Leonardo Del Vecchio, che prima l’ha chiamata nel consiglio di amministrazione di Luxottica e adesso l’ha voluta nel board della nuova Essilor-Luxottica. Ma Scocchia siede anche nel Cda di Valtur del gruppo Investindustrial di Andrea Bonomi. In più ha le cariche confindustriali e associative (da Federchimica al tavolo degli investitori esteri in Italia). 
Lo stabilimento de L’Oréal Italia di Settimo Torinese è stato uno dei primi visitati dall’allora premier Matteo Renzi. «L’Italia ha tanti problemi che conosciamo bene – dice Scocchia— ma il principale è secondo me quello culturale: dopo il calcio, lo sport più praticato è il mugugno. Invece a me piace essere costruttiva. Che non significa ottimismo fine a se stesso. Significa che se c’è un problema cerco di risolverlo. Abbiamo nel Paese eccellenze che non conosciamo. Quando abbiamo rifatto lo stabilimento di Settimo secondo i concetti della fabbrica 4.0 ci siamo rivolti alle migliori imprese del mondo per l’automazione dei processi produttivi. Erano aziende piemontesi ed emiliane».