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 2017  aprile 09 Domenica calendario

Popoli in via d’estinzione

Ha l’acqua alla gola la gente di Kiribati La Repubblica di Kiribati, indipendente dal 1979, comprende circa trenta isole abitate da poco più di centomila persone. Divisa in tre arcipelaghi (Gilbert, Fenice, Sporadi) in pieno Oceano Pacifico, Kiribati è composta quasi interamente da atolli che si elevano a pochi metri sul livello del mare. Nel luglio 2014, l’allora presidente della Repubblica Anote Tong annunciò l’acquisto di un terreno sull’isola di Vanua Levu (Figi) per trasferire, eventualmente, tutta la popolazione nel caso piuttosto probabile che nell’immediato futuro il livello degli oceani continui a crescere. Per gli atolli di Kiribati bastano alcune decine di centimetri perché le terre fertili siano invase dalle acque salate e impediscano alla popolazione di praticare l’orticoltura (nella foto Reuters due abitanti) da cui dipende la sua sussistenza. Come ha mostrato Jared Diamond nel libro Collasso (Einaudi), gli ecosistemi delle isole polinesiane sono molto fragili: un eccessivo consumo del suolo e politiche ambientali dissennate, come quelle che portarono al disboscamento dell’intera isola di Pasqua, possono determinare la crisi o la fine delle culture locali. Il trasferimento degli abitanti di Kiribati a Figi scardinerebbe il legame con la terra, a cui sono strettamente connesse le istituzioni politiche tradizionali, così come l’organizzazione dei gruppi di parentela.Supponiamo (augurandoci che non sia così) che il livello delle acque continui a crescere e che tutta la popolazione sia costretta a trasferirsi: si potrà parlare allora di estinzione del popolo di Kiribati? Quando è riferita alle società umane, la nozione di «estinzione» esprime insieme troppo e troppo poco. In teoria, potrebbe non esserci una sola vittima con la crescita del livello del mare. Inoltre, si può pensare che la gente di Kiribati porti con sé parte della propria cultura anche a Figi. Le condizioni ambientali e sociali in cui si troverà a vivere trasformeranno profondamente la cultura di Kiribati: alcuni suoi aspetti spariranno del tutto, non sappiamo se la lingua gilbertese continuerà a essere riprodotta. La nozione di «estinzione» applicata a questo caso appare però eccessiva, perché non tiene conto delle capacità di resistenza, resilienza e ricostruzione che hanno le culture umane, anche in situazioni drammatiche come quella che potrebbe prodursi a Kiribati.Da un altro punto di vista, l’idea di «estinzione» appare limitativa: evoca catastrofi imminenti, disastri ambientali, violenze che possono causare la morte di un intero popolo e tuttavia non dà molto conto di fenomeni apparentemente meno gravi. Molte lingue sono in pericolo a Papua Nuova Guinea, in Nuova Caledonia e a Vanuatu, perché i loro locutori sono ormai poche centinaia di persone. La morte dell’ultimo parlante di una lingua non è un fenomeno eclatante, eppure con lui può scomparire una preziosa e secolare visione del mondo. 
Agli inizi della sua storia, l’antropologia culturale era definita una disciplina di «salvataggio»: si trattava di «salvare» con grande urgenza la conoscenza di popoli destinati a sparire. Un secolo (e qualche decennio) dopo, molti di essi sono ancora qui, dai polinesiani di Kiribati ai tahitiani che già Victor Segalen nel 1907 dipingeva come in via di estinzione ( Le isole dei senza memoria, Meltemi). Queste società sono più coriacee del previsto, perché capaci di rielaborare in modo creativo i prodotti della post-modernità. Tuttavia le violenze dell’essere umano e la caducità delle nostre vite minacciano costantemente le fragili costruzioni chiamate culture. 
Adriano Favole


Coca e petrolio strangolano gli Oromomo Maito alloggia in una caserma nel cuore della Bolivia. Non è uguale agli altri soldati. Gli occhi neri come la notte, lo sguardo fiero, la timidezza di chi non è abituato a parlare con i bianchi. Maito (primo da sinistra nella foto) è un indigeno della tribù di Oromomo.
Nello «Stato plurinazionale della Bolivia» la leva militare è obbligatoria per tutti, anche per chi, come Maito, viene dal profondo della foresta. Obbedisce silenzioso agli ordini e intanto pensa al suo villaggio: «Là pesco nel fiume, caccio le scimmie…». Oromomo è una piccola comunità semi-nascosta nel Territorio indigeno del Parco nazionale Isiboro Sécure (o Tipnis), la più grande riserva naturale del Paese che si estende su un milione di ettari tra Cochabamba e il Beni. In tutto, una settantina di famiglie che si autosostengono coltivando yucca, mais e riso. Per raggiungere le loro capanne da Trinidad, la città più vicina, bisogna navigare tre giorni lungo il fiume Alto Sécure. Non c’è altra via, a parte il cielo. Nel fitto della foresta hanno ritagliato una pista aerea, ma gli indigeni non l’utilizzano mai, perché il passaggio – cento dollari a tratta – è ben al di sopra delle loro possibilità di spesa.
Una popolazione quasi totalmente isolata – «Non sappiamo nulla di quello che succede nel mondo, in città andiamo solo per problemi gravi di salute», spiega il «sindaco» degli Oromomo, Jhonny Ervi – che vive però sopra un tesoro nascosto. Nel sottosuolo del Tipnis c’è una riserva vergine di petrolio e idrocarburi. Evo Morales, primo presidente indio della Bolivia, non ha mai abbandonato l’idea di costruire una strada attraverso il parco per collegare il Chapare, dove si concentra buona parte delle coltivazioni di coca (legale e non) del Paese, alla provincia di Moxos, in Beni. La carretera tra Villa Tunari e San Ignacio de Moxos serve al commercio dei contadini e dei cocaleros – zoccolo duro del suo elettorato —, ma anche allo sfruttamento delle risorse naturali. Un po’ come avvenne, su scala più grande, con la costruzione della Transamazzonica in Brasile.
Nel 2011 le proteste degli indigeni, che arrivarono fino a La Paz, costrinsero Morales a fare marcia indietro. Pochi giorni fa, però, il presidente ha assicurato che il «grande sogno» resta vivo: «La strada sarebbe già una realtà oggi – ha detto durante una visita a San Ignacio de Moxos —, ma l’opposizione di piccoli gruppi lo ha impedito. Non perdiamo la speranza». Le comunità del Tipnis – dove vivono in totale circa quattromila indigeni – hanno risposto con un documento comune: «Rifiutiamo categoricamente la costruzione di una strada, le menzogne, le prebende, la colonizzazione permanente», sintetizza Marquesa Teco, presidente dell’Organizzazione delle donne del Tipnis.
In Parlamento è però già in discussione un nuovo progetto di legge – «Protezione e sviluppo integrale del Tipnis» – che abroga di fatto l’«intangibilità» di quest’area protetta, decisa con legge nel 2011, e prevede la costruzione di una «strada ecologica» attraverso il parco. Nel frattempo si sposta la «frontiera agricola» della coca: ai primi di marzo è stata promulgata la nuova Ley de la Coca che autorizza la coltivazione legale di 22 mila ettari nel Paese, oltre all’industrializzazione e distribuzione dei prodotti derivati dalla foglia «sui mercati nazionali e internazionali». «Stanno aspettando il momento opportuno per arrivare fino al Tipnis», avvertono gli ambientalisti.
Sara Gandolfi

Guerre e abusi, Pigmei sotto assedio Aka, Baka, Bakola, Bedzan, Mbuti, Twa. Sono alcuni nomi con cui sono conosciuti i gruppi di una popolazione di qualche centinaio di migliaia di individui distribuita in comunità isolate su un’enorme estensione di territorio, nelle regioni centrali dell’Africa, suddivisa fra Camerun, Guinea Equatoriale, Gabon, Centrafrica, Congo Brazzaville, Repubblica democratica del Congo, Ruanda, Burundi. Un piccolo popolo di gente piccola (foto Afp), la statura media degli uomini adulti è intorno ai 150 centimetri, tanto che gli europei li chiamavano Pigmei, dalla parola usata nella mitologia greca per gli gnomi. 
È un popolo ancora oggi associato al mondo della foresta (in qualche caso alla savana). Le comunità possono essere considerate come sopravvivenze di una popolazione ben più ampia che in antico occupava le regioni tropicali ed equatoriali, poi ridotta e sospinta in recessi remoti dal sopraggiungere di ondate migratorie che hanno mutato il quadro umano di queste regioni.
Nei classici dell’antropologia, i cosiddetti pigmei erano descritti come cacciatori-raccoglitori, che vivevano cioè sfruttando solamente gli animali e vegetali della foresta, in un delicato equilibrio produttivo che escludeva l’agricoltura, organizzati in piccole unità sociali di poche decine di individui, con scarsa gerarchia interna: quelle che gli antropologi definiscono «bande». Un adattamento antichissimo al mondo chiuso, buio e difficile della foresta pluviale sarebbe all’origine della loro morfologia fisica così particolare. 
Ma il quadro storico è più complesso della rappresentazione antropologica, così come molto complessi sono i rapporti fra questi piccoli uomini e le comunità di agricoltori che da epoche remote sono andate insediandosi nelle regioni di foresta, introducendovi forme diverse di organizzazione sociale e produttiva, nuove tecnologie, nuovi elementi culturali. Spesso cacciati, disprezzati, ridotti in schiavitù dai loro vicini, in altri casi hanno sviluppato con loro rapporti funzionali alla convivenza. Pur cercando di difendere la propria autonomia, spesso attraverso l’isolamento parziale o totale, si sono tuttavia adattati alle nuove situazioni: ad esempio hanno abbandonato le proprie lingue per adottare quelle dei nuovi arrivati e oggi le loro comunità parlano tutte, ormai da epoche lontane, le lingue usate dai vicini «alti». 
La competizione per il controllo delle risorse forestali li ha visti perdenti. Nel corso dell’ultimo cinquantennio il loro modo di vita è giunto al tracollo, incalzato dalla deforestazione provocata dal boom demografico, dall’espansione dell’agricoltura e delle miniere, dallo sfruttamento intensivo delle ricchezze naturali. 
A partire dagli anni Novanta, i conflitti etnici in Ruanda e le devastanti guerre del Congo hanno dato il colpo di grazia a molte comunità, vittime di abusi, espulsioni, massacri a opera di fazioni in lotta o comunità vicine, spesso interessate al controllo delle risorse della foresta. Il prezzo pagato alla guerra da questa gente è stato altissimo e il contesto di disprezzo, discriminazione ed emarginazione che ancora la circonda si traduce in una minaccia per la sua sopravvivenza come collettività, aggravata dalla mancanza di sensibilità da parte dei governi, che in vari casi si rifiutano ad esempio di riconoscere i gruppi dei cosiddetti pigmei come comunità autoctone con diritti sulle terre che abitano. 
Mai come oggi il mondo dei piccoli uomini della foresta africana ha corso il pericolo d’estinzione. 
Pierluigi Valsecchi 

Tohono O’odham divisi dal muro di Trump Non appena Donald Trump ha avviato il progetto per il muro, i Tohono O’odham sono insorti. E hanno lanciato la loro sfida al governo federale assumendo un nuovo nome: gli indivisibili. Parola chiara. La «nazione» nativa-americana non vuole che il piano della Casa Bianca spezzi in due la comunità: su 34 mila membri della tribù la metà risiede nel sud dell’Arizona, altri duemila sul lato sud della frontiera, in Messico. 
I due territori si toccano per circa 75 miglia, divisi da una semplice barriera anti-veicoli, nota come Normandy (nella foto qui accanto). Un ostacolo troppo basso e inefficace per fermare il gigantesco traffico di droga e clandestini. La riserva è infatti uno dei principali corridoi usati dai cartelli messicani per spedire qualsiasi cosa verso il mercato statunitense. Marijuana, anfetamine, braccia per il lavoro. Un’area desolata con numerose alture dove si nascondono gli scout narcos, vedette armate di binocoli, radiotrasmittenti e pannelli solari che guidano dall’alto il passaggio degli spalloni. Un network favorito da un territorio tanto selvaggio e inospitale quanto affascinante. Che abbiamo visitato diverse volte, anche in compagnia di indiani ingaggiati dalla polizia per seguire le orme dei contrabbandieri. 
È il nuovo West ma sembra quello vecchio. Con in mezzo i Tohono, il «popolo del deserto». Gli altri esseri umani sono i migranti, colonne di messicani e centroamericani in marcia verso il sogno statunitense. Non pochi perdono la vita lungo il «cammino del Diavolo, falciati dal caldo, dalla sete, dall’ipotermia. Poveri cristi abbandonati dai «coyote», le guide, al loro destino. Nel 2016 sono stati trovati i resti di 85 di loro. Chissà quanti non verranno mai recuperati. Ma nonostante il pericolo ci provano comunque, in alcuni casi costretti a portare sulle spalle carichi di «erba», di fatto un ticket di ingresso incassato dall’organizzazione di El Chapo Guzmán, dominante nella regione. Dunque è comprensibile la mossa del Dipartimento per la sicurezza, deciso a tappare questa falla, sostituendo la recinzione con una vera muraglia. Ma per farlo deve avere il consenso del clan tribale, per nulla favorevole in quanto – afferma – impedirebbe i contatti tra le due anime della nazione, una tradizione favorita anche da tre «porte» sul confine che vengono aperte in occasione di ricorrenze. 
In febbraio il Consiglio ha votato il primo no al progetto federale, un’opposizione rafforzata dal sostegno dell’unione nazionale dei nativi. Poi i capi si sono mossi chiedendo aiuto ai rappresentanti del Congresso ricordando che qualsiasi iniziativa che investa il territorio presuppone un intervento parlamentare. Perché ci sono accordi storici che tutelano l’enclave. Una partita complicata, con l’intervento di esperti legali. I nativi, a quanti sottolineano come la zona sia un paradiso per i criminali, rispondono di essersi impegnati a fondo. I loro agenti pattugliano le strade più remote e il Consiglio ha concesso alla Border Patrol di creare un proprio apparato di sicurezza, con sentieri speciali, postazioni mobili e un avamposto, a Papago Farms. 
Qui gli agenti statunitensi hanno creato una piccola base che ricorda i fortini della cavalleria: realizzata in un angolo lontano, nei pressi del confine, aiuta le guardie a vegliare sulle rotte degli stupefacenti. In poche parole i Tohono dicono di aver già pagato il loro prezzo e non vogliono supplementi. 
Guido Olimpio