La Lettura, 9 aprile 2017
Intervista a Jonathan Franzen
Il salotto di Jonathan Franzen a Santa Cruz somiglia parecchio al suo proprietario. Ci sono elementi prevedibili – uccellini e cannocchiali sparsi qua e là – e qualche sorpresa: una chitarra, una tastiera, la grande libreria affidata alle scelte della moglie – «i miei libri sono ancora a New York», sottolinea lo scrittore appassionato di ornitologia. Al di là della finestra, la vista a caduta libera su una valle della Highway 1, la mitica autostrada che costeggia uno dei tratti più panoramici e letterari della California.
Si comincia parlando di internet. «Il discorso pubblico – dice Franzen – è peggiorato notevolmente con l’avvento dei social media: è una coincidenza, non una correlazione, ma mi fa pensare che evidentemente ci sia qualcosa che non va nel dibattito online. Starne fuori per me è un privilegio, non una reazione. Continuo a discuterne con amici scrittori convinti che i social siano una piattaforma fondamentale per dare voce a chi non ce l’ha, per farsi sentire... Io credo che sia vero se devi vendere un fantastico detergente ma non se scrivi romanzi. Scrivere è una professione silenziosa dotata di una struttura che prende corpo sulla pagina, non in un’interazione sociale no-stop. Tutto questo ha molto a che fare con la personalità dei grandi scrittori incompatibile con l’autopromozione. Un grande self-promoter come Norman Mailer era infatti uno scrittore mediocre. Quando sei troppo preso a stare nel mondo è difficile impegnarsi nella scrittura di un romanzo. In questo senso, l’ecosistema dei new media premia gli scarsi».
Il personaggio di Andreas Wolf, uno dei protagonisti di «Purity» che somiglia molto a Julian Assange, è molto più ricco di sfumature delle sue idee sul web.
«I romanzi muoiono quando diventano contenitori delle opinioni dello scrittore. Per questo sono allergico al concetto di romanzo politico, che vuol dire fare propaganda per chi la pensa come te. Io scrivo romanzi che possono essere letti da tutti, che non innescano un’identificazione di categoria nel lettore. La politica è stupida, la verità è molto più complicata. Posso avere opinioni forti, certo, ma non credo nella verità assoluta delle mie opinioni. Uno dei compiti dello scrittore è interrogare le proprie idee, metterle in discussione, sperando di avvicinarsi il più possibile alla verità. E la verità è sempre meno estrema e complicata. Ho amato Andreas e non credo sia una persona terribile. Ha avuto un’infanzia di merda!».
Dal suo ultimo libro emerge anche un profondo rispetto per la professione giornalistica, sentimento abbastanza fuori moda di questi tempi.
«Già, la stampa è il nuovo nemico pubblico numero uno... Sono un giornalista anch’io e ho rispetto per quelli che fanno bene il loro mestiere. Originariamente Tom e Leila facevano un altro lavoro ma quando ho deciso che Andreas doveva essere un leaker (trafugatore di informazioni riservate, ndr ) ho capito che loro non potevano che essere giornalisti. Quando ho iniziato a lavorare a Purity il business model dei giornali era già in crisi, per questo ho voluto lavorassero in una testata sostenuta da una fondazione. Oggi è noto che abbiamo bisogno di media come ProPublica. Il giornalismo investigativo è più eccitante che ai tempi del Watergate».
Si informa con regolarità?
«Leggo tutti i giorni la versione cartacea del “New York Times” e il “Santa Cruz Sentinel”, che ha una rubrica strepitosa di lettere: qui ci sono una marea di persone che si irritano molto facilmente».
Come mai si è trasferito a Santa Cruz?
«Ho iniziato a venire con regolarità alla fine degli anni Novanta e la ragione l’ha incontrata in garage (sua moglie, la scrittrice ed editor Kathryn Chetkovich, ndr ).
Per amore?
«Possiamo dire così. All’inizio venivamo per tre, quattro mesi all’anno ma la madre di mia moglie ha 96 anni e Kathy deve prendersi cura di lei. È venuta a Santa Cruz in pianta stabile tre anni fa, io ho provato a restare a New York, ma non riesco più a stare solo».
Le manca New York?
«Neanche un po’, non mi piace più. Lo so che tutti dicono “quando ci abitavo io era bella”, però davvero la mia città è sparita: i posti che amavo hanno chiuso e spesso sono stati sostituiti da banche. È piena di ricchi cafoni dell’Est Europa, russi, arabi. Nel mondo letterario tutti pensano alla carriera, qui c’è una comunità di scrittori più solidale. Quando vai a una festa a New York e cammini nelle stanze il risentimento è palpabile. Perché mai io dovrei andare alle feste? Non voglio né incontrare la direttrice di una rivista né tantomeno portarmi a letto qualcuno: le uniche ragioni valide per andarci».
Il suo collega Dave Eggers, un altro «midwestern» trapiantato in California, dice che non si immagina un newyorkese come lei a Santa Cruz.
«Ride all’idea di me in una città di surfisti... Ma qui c’è una dimensione più umana che ricorda in un certo senso le città italiane. È un posto incredibilmente liberal, forse troppo per uno che, da liberal democratico, è sempre stato a destra di molte persone che frequenta, compresa la moglie. Ma è una sensazione che mi piace perché odierei essere io quello liberal. Sono circondato da persone convinte che gli elettori di Trump siano degli idioti. Questo per me è incitamento all’odio: usano una parola per definire un’intera classe. Io invece capisco perché molti americani abbiano votato Trump e credo che tutti dovrebbero fare un sforzo di comprensione. Il rifiuto non fa che aumentare la frustrazione».
La comunità liberal ha responsabilità nell’elezione di Trump?
«Certo. Credo che le categorie più utili per capire il fenomeno, soprattutto dalla prospettiva europea, siano rabbia ed élite, quest’ultima dovreste conoscerla bene... Non ho grande stima della Ue: le élite europee sono arroganti, pensano di essere più intelligenti, di avere la verità sulle questioni importanti. Poi arriva uno come Trump che dice “voi avete piantato i paletti sul cambiamento climatico, io penso al lavoro e alle industrie” ed ecco che si indignano. Ho davvero poco rispetto per loro, come per il consenso neoliberale che si è formato intorno al libero commercio o per gli uomini della finanza che si incontrano a Davos. I liberal hanno un confortevole lavoro universitario, vivono nell’Upper West Side e non capiscono nulla di quello che i cittadini chiedono in Kentucky».
Crede che l’eccessiva attenzione per le questioni identitarie – il genere, la razza – abbia distolto l’attenzione dei democratici da emergenze nazionali?
«Preferirei non parlare dei bagni transgender in North Carolina perché non vorrei essere dipinto come una brutta persona. Negli ultimi tre decenni abbiamo visto nascere e crescere la protezione legale per le differenti identità sessuali e questo è meraviglioso. Tuttavia possiamo dire senza timore che Hillary Clinton, candidata debolissima, ha perso il voto del North Carolina proprio sulla battaglia per i bagni transgender. La rabbia verso le imposizioni del governo federale esplode ancora di più quando hai a che fare con battaglie che sono accettate solo nelle università e nei salotti di New York. L’università ha creato l’intolleranza verso la diversità intellettuale, che è principalmente economica. Un po’ come gli attori di Hollywood che facevano campagna per Hillary Clinton: crede che abbiano spostato un solo voto?».
Dopo l’elezione di Trump sembra però che la difesa dei diritti identitari sia incompatibile con quella dell’occupazione. Non lo trova assurdo?
«Prima che la Corte Suprema riconoscesse ai gay il diritto di sposarsi ci sono stati decenni di trasformazioni. La spinta principale si deve innanzitutto al fatto che tutti a un certo punto hanno capito che avevano almeno una persona gay in famiglia. Io l’ho visto con mia madre, che era omofoba, come tutte le donne bianche della classe media del Midwest della sua generazione, ma prima di morire mi ha detto: l’omosessualità non è uno stile di vita, è natura. È stata una conservatrice anti-abortista per una vita intera, non guardava Ellen DeGeneres e detestava tutto quello che aveva a che fare con gli anni Sessanta, ma quando si parlava di diritti gay era favorevole al 100 per cento. La Corte Suprema ha visto i numeri e ha scelto di stare con gli americani. Il procedimento dell’accademia e delle comunità online – i silos dei nostri tempi (sistemi dove si evita il rischio di scontrarsi con visioni diverse, ndr ) – è opposto: se abbiamo avuto il matrimonio omosessuale, perché non possiamo avere subito tutto il resto? C’è quest’aspetto molto peculiare di internet in base a cui le persone che si sentono “strane” si ritrovano sul web, e così si sentono meno “strane” e iniziano a condividere le loro storie e darsi forza a vicenda. Tutto ciò è molto bello, il rischio però è quello di costruirsi una realtà parallela che si va a scontrare con quella del Paese. Bill Clinton era contrario ai matrimoni gay perché pensava che i tempi non fossero maturi. Se fosse stato eletto ai tempi di Obama sarebbe stato favorevole, perché è un bravo politico. Quando le battaglie corrono troppo, a causa delle bolle che si creano nelle accademie e nelle comunità online, nascono voragini».
La critica alla globalizzazione è stata intercettata prima dalla sinistra ma è diventata un cavallo di battaglia delle destre.
«La sinistra ha sempre avuto più a cuore i lavoratori asiatici di quelli americani. La mentalità liberal crede sia giusto provare empatia per gli operai sfruttati del sud della Cina e fregarsene dell’Ohio, a maggior ragione se abbiamo creato una classe media in Cina e aumentato gli standard ecologici del Nafta in Messico!».
È tra i firmatari della petizione del Pen America Center, un pilastro della cultura americana, contro il Muslim Ban di Trump. Come mai?
«Mi sembra importante difendere scrittori e artisti che non possono entrare nel Paese per quello stupido ordine, era scritta bene e poi, non lo nego, era un impegno di pochi secondi. In generale non sono un grande fan delle scelte del Pen: nel 2014 hanno dato un premio a Twitter per la libertà di parola. Senza Twitter non ci sarebbe Trump! Non puoi dire che Twitter è meraviglioso e poi affermare che Trump è una minaccia per la democrazia, perché sono due facce della stessa medaglia».
Trump la preoccupa?
«È un grande imbarazzo per l’America e un pericolo. È radicalmente incompetente nonché una persona terribile, tremo quando penso che deve affrontare questioni difficilissime come il rischio nucleare».
Nel 1996 ha dichiarato che l’ultima istituzione culturale era la rivista «Time». E oggi?
«I Simpson? L’esistenza stessa di un’istituzione culturale non è compatibile con la natura di internet: il consumismo vuole tante personali verità. Quando applichi alla conoscenza il principio dello shopping è difficile avere autorità. Potrei dire che Toni Morrison è un’istituzione ma lontano dai campus quanti sanno chi è? Lo pensavo di “Time” perché aveva il coraggio di mettere Joyce in copertina e non per sensazionalismo. Oggi in copertina gli scrittori vanno solo se vendono tantissimo. La capacità di vendere è diventata la misura dell’autorità culturale. Quando ci penso mi viene nostalgia per il 1996».