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 2017  aprile 09 Domenica calendario

Carlo Delle Piane: «Mi sento dimenticato e schiavo delle mie manie. L’unica terapia è il set»

Il sorriso alla Cicalone oggi è raro, ma ogni tanto c’è ancora; così come la timidezza del professor Carlo Balla, o i silenzi enigmatici dell’avvocato Santelia. Loro sono in Carlo Delle Piane, così come lo stesso Carlo Delle Piane ha regalato a loro, a noi, alcune delle grandi maschere drammatiche e comiche del cinema italiano. Lui amato. Consacrato. Premiato. Eppure a 81 anni ha un sogno: “Vincere al Superenalotto”. Perché? “Così sistemo me e la famiglia e poi finalmente posso realizzare il mio film su una sceneggiatura stupenda, che ho nel cassetto da cinque anni. Non ne posso più di proporla”. E non per stanchezza, ma rispetto per se stesso: “In fin dei conti rivendico di non aver mai accettato alcun compromesso, di aver mantenuto uno stile di vita riservato. E qualcosa alla fine si paga”. Riservato, vero, ma nessun atteggiamento da santone del cinema, da grande vecchio, da saggezza per i posteri, così ci accoglie al Don Bosco (“Per favore scrivete che sono bravi, lo sono realmente, lo meritano”), clinica riabilitativa romana dove è ricoverato dopo i postumi di una brutta caduta, e quando parla, ogni tot di secondi, cerca lo sguardo della moglie, Anna Crispino, lei cantante: “Ci conosciamo dal 2007, sposati nel 2013. Mi segue e fa una selezione di tutto quello che mi arriva e grazie a lei ho accettato di recitare in Chi salverà le rose? di Cesare Furesi”.
Sul set dopo anni…
Finalmente. E ho avuto la possibilità di riproporre uno dei miei personaggi più importanti e decisivi per la carriera: l’avvocato Santelia (protagonista in Regalo di Natale) per cui nel 1986 fui premiato a Venezia con il Leone d’oro come miglior attore.
Come sta l’avvocato?
Invecchiato, non vorrebbe più giocare a poker, è quasi costretto a tornare al tavolo solo perché ha bisogno di soldi per le cure del suo amico storico, malato terminale a cui è molto legato. Non arrivo a parlare di omosessualità, ma di grande tenerezza e poesia tra i due.
Si ritrova in tutto questo?
Totalmente, per questo l’ho girato. E poi esce un dato umano dell’avvocato, quel lato oscuro mai nascosto nelle due volte precedenti (il sequel è del 2004), dove era un uomo privo di emozioni.
Le arrivano molti copioni?
Niente di interessante, mi offrono personaggi scarsi, soprattutto con dialoghi scialbi, oppure qualche cammeo. Nient’altro. Hanno solo voglia di sfruttare la mia storia e il mio nome, per questo lascio perdere.
Ma lei vorrebbe un ruolo drammatico o comico?
Preferirei comico. Mi ha cercato pure Massimo Boldi, siamo rimasti solo al ‘buongiorno’, non fa par me.
Prima ha detto: “Non accetto compromessi”.
Ripeto: mai! Il problema è che oggi non ci sono parti consistenti, non ci sono personaggi veri, stimolanti…
Nel suo ultimo film è con Lando Buzzanca…
Preferisco non parlare di lui, mi limito a dire che poteva andare meglio.
Caratteraccio.
Più che altro invidioso.
Come è cambiato il suo approccio al set?
Questi anni di assenza mi hanno permesso di ricaricarmi, sono riuscito a lavorare anche dodici ore consecutive (la moglie: “Non so come sia stato possibile”).
Totò in un’intervista parlava della sua cecità e svelava: “Quando sono sul palco si attenua l’handicap grazie ai nervi, all’adrenalina”.
Lo capisco, è proprio così, davanti alla macchina da presa non sentivo più dolori, alcun fastidio, solo il piacere del set: è la mia medicina. E poi quando giro riesco a lanciarmi in ‘imprese’ di solito proibite o proibitive.
Tipo, quali?
Accettare il contatto fisico, allento la mia ossessione per l’igiene e mangio cibi che normalmente scanso. Per me è una vera terapia. Anzi: è la terapia.
Lei con Totò ha girato vari film…
Lo ricordo come un uomo molto riservato, un gran signore, con un punto di tristezza che gli pervadeva il cuore. Tra un ciak e l’altro si sedeva in un angolo, solo, non parlava con nessuno, non cercava contatti, complicità, stava lì e al momento del ‘ricominciamo’ tornava nella parte.
Tra voi c’era un rapporto di amicizia?
Il mio unico amico nel mondo del cinema è stato Aldo Fabrizi. Solo lui. Dagli Anni Sessanta in poi siamo usciti insieme, cene a casa nostra, vacanze, film, spettacoli e tutto ciò fino all’ultimo dei suoi giorni. Che mangiate…
Abbondanti come era lui?
Aveva una casa grande e una cucina enorme, era il suo regno, sfornava di tutto e non solo per le serate tra di noi: quando recitavamo insieme nel Rugantino, e la domenica avevamo due spettacoli, si presentava con degli enormi sfilatini privi di mollica, con dentro dei rigatoni all’amatriciana impregnati di sugo. Una bontà.
Fabrizi era ostracizzato per le sue tendenze di destra?
Il problema di Aldo non erano le tendenze politiche, ma il suo carattere, era uno che non accettava mai compromessi, era schietto, uno scomodo, per alcuni non conciliante, se doveva mandare a quel paese, state tranquilli che non si sottraeva. Era uno coerente con se stesso, la testa non l’abbassava. Questo suo atteggiamento ha segnato il mio carattere, il mio vivere questa professione.
Era iroso?
Si incazzava proprio, qualche scapaccione è pure partito. Mentre con me era assolutamente protettivo, avevamo una nostra grammatica, degli equilibri già naturali, ma consolidati negli anni. Due amici veri, come dicevo.
Raccontava dei vostri viaggi…
Erano come delle piccole sceneggiature, delle piccole forme letterarie dell’Italia di quegli anni: partivamo e lui si presentava con un baule pieno di spaghetti, pomodori, parmigiano, e ogni altra pietanza ritenuta da lui necessaria per superare il distacco da Roma. Certo aveva uno stomaco…
Non piccolo.
Per lui ho cambiato la macchina.
Non entrava?
Avevo una spider dell’Alfa Romeo, la adoravo, ma ogni volta che ci saliva era una tragedia perché troppo bassa, e me lo segnalava con i suoi modi franchi: ‘A Ca’, ma quando cazzo cambi ‘sta machina!’ Dopo un po’ di tempo non ho retto e l’ho venduta per una più alta e con quattro portiere. Insomma, più comoda.
Oltre a Fabrizi chi frequentava?
La Dolce Vita l’ho presa in pieno, dalla fine dei Cinquanta a gran parte degli anni Sessanta, eravamo un gruppo di persone che usciva tutte le sere, con i nostri riti, i nostri ruoli, la nostra incoscienza.
Chi eravate?
Uscivo con i belli del cinema italiano: Antonio Cifariello, Maurizio Arena o Gabriele Tinti. Il loro obiettivo era mettere a frutto con le donne tanta bellezza e fama.
Ovviamente ci riuscivano…
Sempre, a me andavano benissimo i loro scarti.
Una sua cartolina della Dolce Vita.
Irripetibile. Divertimento assoluto, assenza di orari, l’unica certezza poteva diventare l’orario di partenza, anche dalla mattina, poi era tutto un divenire con il punto interrogativo, senza neanche un obiettivo certo se non assaporare l’esistenza.
Anni fa ha dichiarato: “Il mio sogno da bambino era quello si sentirmi bello almeno un giorno della mia vita”.
Alla fine non ho mai subito alcun complesso per la mia bruttezza, eppure sono sempre stato il più basso dei miei coetanei, con le gambe magre da ET, e questo naso che alla fine ha contribuito a caratterizzare la mia persona.
Le giornate della sua infanzia.
Pallone, pallone, ancora pallone e lo schiaffo del soldato. Poi il cinema è entrato prestissimo nella mia vita e quella della mia famiglia.
Lei ha iniziato con Vittorio De Sica quando aveva appena 12 anni…
Sì, non abbiamo mai sviluppato un rapporto, ci siamo limitati a quegli anni, a lui devo riconoscere una grande capacità nel trattare con i bambini, grazie a lui ho imparato i primi rudimenti su come si pronuncia una battuta, l’importanza delle pause. I primi piccoli segreti.
Si divertiva?
Tutto era meglio della scuola, allora era il mio parametro.
Oltre a De Sica, chi l’ha ispirata nella recitazione?
Mio padre. Era un bravissimo sarto, lavorava in casa, grande mano e fantasia, ma per mantenere la famiglia, quindi i tre figli maschi più mia madre, accettava qualunque lavoro, pure il più misero, e nonostante non avesse tempo. Così, per giustificare il ritardo nelle consegne, era costretto a creare delle scenette per i clienti, si inventava degli incidenti alle mani, si fasciava tutto, oppure si piazzava sotto le coperte per simulare una febbre. Attore nato, ho preso da lui.
Mentre da sua madre?
La mania dell’igiene, e un po’ me ne vergogno.
Sin da piccolo?
No, mi è scattata dopo l’incidente automobilistico e il mese di coma (era il 1970): quando sono tornato alla vita sono esplose una serie di manie che mi hanno sempre più condizionato.
Ci convive a fatica?
A volte mi pesano, invecchiando vorrei riuscire a farne a meno, ma non ci riesco. E poi appaio come egoista o freddo, ad esempio non do mai la mano, tutto deve essere perfettamente igienizzato, quindi vengo anche frainteso da chi non sa certe abitudini. Sono costretto.
Non nomina mai Alberto Sordi.
Con lui ho girato cinque film, avevamo un rapporto tranquillo, direi divertente, ma non ci siamo mai frequentati, solo sul set.
Invece con Antonio e Pupi Avati…
Un grande sodalizio, la mia carriera da metà degli Anni ‘70 in poi è ripartita con loro, una vera svolta, abbiamo girato 16 film… Ci frequentavamo quasi tutti i giorni, mi hanno dato delle possibilità importanti, soprattutto per uno come me che non ha mai frequentato una scuola di recitazione.
Autodidatta.
La mia vera istruzione l’ho presa dai Cine club, entravo dopo pranzo e uscivo alle due di notte, affamato di qualunque cosa, senza percorso, solo sana curiosità e ansia di migliorare.
Sia italiani che stranieri?
Tutto. Il mio attore preferito era Buster Keaton, mi affascinava la sua recitazione asciutta, scarna. Essenziale.
Lei nato a Roma è un attore nazionale, lontano in questo dai Sordi o dai Fabrizi.
La mia è stata una scelta ponderata, volevo uscire dal Raccordo anulare, allargare gli orizzonti cinematografici, ho evitato di schiacciarmi nei ruoli da caratterista.
Il suo periodo d’oro?
Gli anni Ottanta, bei film, parti importanti, e finalmente i riconoscimenti.
Per il “Leone” è stato svegliato dal produttore Antonio Avati.
Alle nove del mattino mia madre entra in stanza, dormivo, e mi dice: ‘Guarda che c’è Antonio al telefono’. Vado. ‘Ti ha chiamato qualche giornalista?’. No. E attacca. Passa qualche minuto, e trilla di nuovo: ‘Sei seduto?’. Sì, perché? ‘Hai vinto a Venezia, dobbiamo partire’.
Oggi si sente dimenticato?
In questi ultimi anni, sì.
Nella sua carriera ha rinunciato a parti importanti.
Soprattutto al Nome della Rosa. Jean-Jacques Annaud venne a Roma per il casting, e chiamò pure me. Andai nel suo albergo, lui parlava abbastanza bene l’italiano, io nessuna lingua straniera, aveva visto la mia interpretazione in Una gita scolastica e mi immaginava in un ruolo da frate. Il film era in inglese. E io: ‘Non conosco la lingua’. Lui: ‘Non ti preoccupare, organizziamo un corso intensivo’.
Non l’hanno convinta.
No, perché non sono un attore tecnico, ho bisogno di avvertire un rapporto libero con il personaggio, per questo rifiutai rinunciando a tanti soldi.
Qual è il suo rapporto con il denaro?
Essenziale. Mi interessa solo per offrire la tranquillità del futuro a me e alla mia famiglia. E quella sceneggiatura… È pure a basso costo.
(arriva il fisioterapista, è ora della terapia. Carlo Delle Piane si raccomanda di nuovo: “Per favore parlate di questo posto, citate il Don Bosco”. Va bene)
Si sente meglio?
Un po’ sì, qui sono straordinari, mi stanno rimettendo in piedi, sono attenti, affettuosi, piano piano ritrovo la forza nelle gambe, entro un mese dovrei uscire. Voglio recuperare.
In ospedale si torna bambini.
Fino a pochi anni fa, a prescindere da questi luoghi, percepivo il bambino dentro di me. Ora ho 81 anni, lo so e lo sento…
Si alza dal letto, si appoggia al treppiedi, ci saluta con la giusta distanza tra noi e le sue manie. “Venitemi a trovare presto, mi raccomando”.