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 2017  aprile 09 Domenica calendario

Paola Accati: «Con lui nella fabbrica di mio papà. Era un orso gentile»

«Ho cominciato in laboratorio, direi alle sue dipendenze, intimidita e ammirata. Era un chimico eccezionale, possedeva quella rara capacità “formulativa” che consente di immaginare ad esempio le catene polimeriche, un po’ come fossero costruzioni col Lego». Paola Accati e Primo Levi hanno lavorato insieme dal ’73 al ’77, quando lo scrittore chiuse il rapporto con la Siva di Collegno. E per lei, laureata in Chimica, figlia del fondatore Federico, cui sarebbe succeduta alla guida della fabbrica, sono stati anni indimenticabili. Non facili, almeno all’inizio.
Ogni mattina Primo Levi la accompagnava in azienda con la sua auto: «Era un percorso abbastanza lungo, più di mezz’ora. Spesso non diceva una parola. E io non sapevo proprio come comportami. Lo ammetto, lo pativo un po’», racconta. Però sapeva anche essere ironico, un «orso gentile», e ribaltare tutto con un sorriso. «Diciamo che con Primo non si rideva mai, si sorrideva. Salvo una volta, una volta sola». Ecco che cosa accadde. «Eravamo in Inghilterra, per una fiera, in un pub con altre persone. Complice qualche bicchierino, raccontò una barzelletta un po’ osée. Risero tutti, e lui scoppiò a sua volta in una vera grande risata liberatorio; divenne tutto rosso, non smetteva più».
Fu un evento eccezionale, nell’album dei ricordi. Il rapporto della giovane chimica con l’espertissimo maestro era molto sabaudo. «Col tempo, osai qualcosa di più, com’è ovvio. Per esempio quando si trattava di fargli firmare i libri, che noi regalavamo ai clienti o ai visitatori. Non tanto Se questo è un uomo, ma titoli come La chiave a stella o Il sistema periodico. Lui era sempre un po’ perplesso. Sei proprio sicura che interessino? Chiedeva invariabilmente. E io: certo, certo, cosa vai a pensare, firma lì. “Firma lì” fu il mio tormentone personale».
Assunto nel ’48 quando la Siva era una piccola fabbrica, ne divenne direttore generale. Amato e rispettato. «Quando arrivavamo a Collegno e iniziava il giro dei reparti, si scioglieva, diventava persino poetico». Dopo la visita di Philip Roth («Mi chiese da fargli da interprete, perché, diceva, “se io guido e devo parlare inglese, non posso fare due cose insieme”») si aprì persino a qualche confidenza. Era l’autunno dell’86. «Si era creato un clima particolare. Mi raccontò persino delle sue difficoltà a frequentare l’ambiente letterario, che gli interessava molto, perché la moglie era contraria. Fu anche l’ultima volta che ci vedemmo. Mi sembrava sereno, anche se ebbi la netta impressione che il mondo del lavoro gli mancasse enormemente».
Era un mondo ordinato e talvolta imprevedibile, come del resto ha raccontato magistralmente nei libri. E dove si affacciava per lampi l’insofferenza del chimico nei confronti dei luoghi comuni. «Me lo ricordo sguazzare con gli stivali di gomma, una volta, mentre inseguivamo uno sversamento accidentale – e innocuo – nel vicino rio Sangallo. Era un materiale schiumoso, non passava inosservato. Primo commentava tra il divertito e l’ironico: lo mettono anche nei gelati, e la gente se lo mangia tutta contenta. Mentre noi corriamo per i prati!».