La Stampa, 9 aprile 2017
Il ceceno dell’Isis con un braccio solo che guida il plotone degli ex sovietici
Istanbul, ancora Istanbul, San Pietroburgo, Stoccolma. Gli indizi sono ormai quattro e formano più che una prova. C’è un filo uzbeko, di sangue, che unisce gli ultimi attentati dell’Isis in Europa. Gli attacchi sono stati compiuti da uzbeki o kirghisi di etnia uzbeka, con l’appoggio di una rete logistica centrasiatica o del Caucaso. È la stessa combinazione del Battaglione Uzbeko, l’unità combattente più temibile di tutto il Califfato.
Le due cose si legano. I jihadisti addestrati e induriti sui fronti di Siria e Iraq formano la spina dorsale delle cellule che attaccano ancora l’Europa. Sono sempre più esili, si affidano a manodopera meno «qualificata», hanno legami meno forti con le «centrali» a Raqqa e in Iraq, ma esistono ancora. Gli uzbeki agiscono soprattutto nella parte orientale del Continente, più vicina alla Russia, i maghrebini nella parte occidentale. Il prototipo degli attacchi «uzbeki» è quello all’aeroporto Ataturk di Istanbul del 28 giugno 2016. I tre kamikaze sono un uzbeko, un khirghiso di etnia uzbeka, entrambi anche con passaporto russo, e un daghestano.
La mente dell’attacco è il ceceno Akhmed Charayev, soprannominato «Odnorukiy,» (Un braccio), perché l’altro l’ha perso nella Seconda guerra cecena contro i russi. Trentasette anni, già vice emiro dell’Emirato del Caucaso guidato da Doku Umarov, ha una lunghissima esperienza «europea». In fuga dalla guerra cecena, viene accolto nel 2003 come rifugiato in Austria. Ma poi incappa in guai per traffici di armi verso la Cecenia. Rispunta in Svezia nel 2008, anche qui pizzicato con armi sospette. Si fa un anno di carcere poi passa in Georgia, dove è coinvolto nell’uccisione di tre agenti da parte di un gruppo di ceceni.
Riesce comunque a cavarsela ed evitare l’estradizione in Russia. Si stabilisce a Duisi, città natale di Tarkhan Batirashvili, cioè Omar al-Shishani, il più feroce e capace dei comandanti dell’Isis. Lo raggiunge in Siria nel 2015, e comincia a occuparsi delle «operazioni esterne». A Raqqa costruisce le cellule «centrasiatiche» destinate a colpire in Europa, mentre Abdelhamid Abaaoud si occupa di quelle «maghrebine».
La Turchia entra nel mirino solo alla fine del 2005. La cellula uzbeka colpisce a ottobre ad Ankara una manifestazione curda, oltre cento morti, poi a gennaio e a giugno del 2016 a Istanbul, oltre cinquanta vittime. A Capodanno c’è l’attacco al night club Reina. L’autore è Abdulkadir Masharipov nato in Uzbekistan ai tempi dell’Urss.
Anche lui ha un trascorso in Afghanistan, nei campi di addestramento di Al-Qaeda, poi in Siria. Viene dalla valle di Fergana, la parte più povera dell’Uzbekistan, una valle che attraversa anche Kirghizistan, e il Tagikistan.
Nella valle di Fergana, a Osh, è nato anche il giovane terrorista che ha colpito lunedì scorso nella metropolitana di San Pietroburgo, Akbarjon Djalilov, secondo gli inquirenti russi, in contatto con «i combattenti siriani» e di ritorno da un viaggio in Turchia e, forse, anche in Siria.
Nella valle di Fergana, già ai tempi dell’Urss, ha attecchito una versione moderna di sufismo islamista, legato alla corrente storica conservatrice di Gialal al-Din Rumi. Konya, nel cuore dell’Anatolia, ne è stato il centro di irradiamento fino all’Asia centrale. E a Konya aveva trovato la sua prima base il killer del Reina, Masharipov, prima di trasferirsi a Istanbul per l’attacco di Capodanno.
Se un filo «uzbeko» lega quindi gli ultimi attacchi nell’Europa orientale, è un «americano» a guidare l’uso propagandistico delle stragi. È Ahmad Abousamra, nato in Francia nel 1981 ma con cittadinanza americana e laureato all’University of Massachussetts. Abousamra ha riorganizzato la propaganda sui social e dato la preferenza al sistema di messaggi su Telegram che serve anche a dare istruzioni ai «soldati del Califfato». La sua formazione in Occidente ai massimi livelli ha permesso il salto di qualità nei media jihadisti, compreso all’ex mensile «Dabiq», ribattezzato «Rumiyah» e diffuso in dieci lingue. L’ultimo numero è dedicato agli attacchi in Europa e all’uso di veicoli per far strage.