la Repubblica, 9 aprile 2017
L’altro padre della fotografia
La fotografia l’ha inventata Aureliano Buendía a Macondo. La fotografia l’ha inventata Robinson Crusoe solitario sulla sua isola. La fotografia l’ha inventata Fitzcarraldo pagaiando sull’Ucayali. Agli inizi dell’Ottocento c’era un europeo in fuga, laggiù in Brasile, che somigliava un po’ a tutti e tre, non sapeva nulla di Daguerre, di Niépce, di Talbot, ma ebbe come loro l’idea dell’invenzione meravigliosa, e prima di loro, e di chiunque al mondo, la chiamò proprio così, fotografia.
Si chiamava Hercule Florence. Era un piantatore di caffè, discretamente agiato, ideologicamente illuminista, tecnicamente schiavista. Ma era anche un disegnatore, antropologo, viaggiatore, inventore, musicologo, tipografo, naturalista. Un genio leonardesco esiliato nell’emisfero australe. Quando un ricercatore, Boris Kossoy, negli anni Settanta, ne scoprì le tracce, gli storici della fotografia reagirono con fastidio.
Quella storia rompeva i loro schemi.
Scombussolava il Canone. Già era così difficile destreggiarsi fra le multiple invenzioni della fotografia in Europa, districare le precedenze tra una trentina di pretendenti. Un altro? No, per favore. Se ne stesse laggiù, nella foresta amazzonica.
Invece è tornato. Lo richiama in Europa, con una orgogliosa mostra- monumento, la minuscola patria che lo rivendica come suo eroe: il Principato di Monaco, di cui Florence fu cittadino, anche se era nato nel 1804 nella Nizza napoleonica. E reclama il suo posto nella storia della fotografia.
Certo fu proprio Hercule a girare le spalle al Vecchio continente.
Diciottenne s’imbarcò in cerca di avventura per Rio. Rampollo di una generazione Europamüde, cioè stanca d’Europa. In tasca un diploma da topografo. Un eccentrico esploratore, von Langsdorff, lo ingaggiò per una folle spedizione scientifica nel Mato Grosso come disegnatore- reporter: la fotografia, appunto, non era ancora stata inventata. Ma l’idea di inventarla gli venne proprio in quei cinque anni di pericoli mortali, malaria, umidità e magia della scoperta di un mondo mai visto. Scrive nei suoi diari che, quando usava una camera obscura portatile per ricalcare a matita profili di paesaggi, animali e indigeni, si chiedeva ( proprio come, negli stessi anni, si chiedeva Fox Talbot) se non esistesse un sistema per congelare le immagini che si formavano sul vetro smerigliato, “senza perdere tutto questo tempo”.
Fu un farmacista di São Carlos, oggi Campinas, dove al ritorno Hercule si era comprato la fazenda in cui visse per tutta la vita, a suggerirgli come.
Gli parlò di quei sali d’argento che scurivano sotto l’azione della luce.
Tra un raccolto e un altro Hercule si lanciò negli esperimenti. Cosa cercasse, cosa trovò, è controverso.
Nelle molte versioni della sua autobiografia racconta di aver fissato tre immagini. Una veduta dalla sua finestra: proprio come quella che, pochi anni prima, Nicéphore Niépce aveva preso dal davanzale della sua casa di Gras, in Borgogna. Una statua, come quelle che pochi anni dopo avrebbe catturato Louis Daguerre nel suo studio parigino. E una veduta della prigione di Campinas, questa un’idea bizzarra e molto, molto fotografica.
Non rimane nulla di quelle fotografie. Come trent’anni prima aveva scoperto il vasaio inglese Thomas Wedgwood ( un altro “vero inventore” della fotografia), l’ombra argentica del mondo si formava sì nella camera obscura, ma l’immagine diventava subito nera: nessuno aveva inventato il fissaggio. Però qualcosa Hercule strologò, pasticciando con sali, acidi e urina. Di fatto ci sono rimaste, di quei tentativi, se non fotografie vere e proprie, qualcosa che somiglia alle fotocopie: diplomi ed etichette per medicinali. Hercule inventò un economico processo di duplicazione di disegni e scritte che sfruttava il processo fotografico e non richiedeva pesanti macchine tipografiche, adatto per chi come lui viveva lontano dalle città. Annotò tutto in un manoscritto intitolato Photographie, ou imprimérie à la lumière. Era il 22 di ottobre del 1833.
Il neologismo era coniato, sei anni prima che venisse in mente al fisico inglese John Herschel.
Il resto della storia potrebbe davvero stare nel film di Herzog. Aprite la vostra sala cinematografica mentale: agosto tropicale del 1839, nella indolente frescura dei banani, sorseggiando un liquore di palma, Florence chiacchiera con l’amico fazendeiro Texeira nel suo sitìo.
Quello, un po’ annoiato, gli dice: «Hai letto il Jornal do commercio? La notizia incredibile dalla Francia?», «Quale?», «Pare che un pittore parigino abbia scoperto il modo di fissare le immagini della camera oscura».
Finora, i biografi di Hercule gli accreditavano una reazione da vero gentleman: «Beh, può capitare che la stessa idea venga a più persone».
Scrisse una garbata lettera al Jornal rivendicando la primogenitura dei suoi desenhos photographiados, citando testimoni e affermando «forse non è temerario dire che anche io ho inventato la fotografia».
Più tardi si fece fare un ritratto a dagherrotipo, e fu tutto. Ammirevole understatement.
Sennonché, i suoi veri sentimenti li raccontò un ventennio più tardi, in una dolceamara autobiografia di genio incompreso che intitolò Le Nouveau Robinson ou l’Artiste livré à lui- même. Leggiamo: “Sentii un colpo al cuore, nel sangue, fin nel midollo delle ossa. Soffocai lo choc più brutale che avessi mai provato e cercai di mantenere un contegno, ma non ero più lo stesso uomo, tutto era cambiato attorno a me, gli oggetti, i suoni erano confusi. Da allora non mi occupai più di fotografia”.
Linda Fregni Nagler, la ricercatrice italiana che ha scavato negli archivi degli eredi Florence, curatrice della mostra di Monaco, è intenerita dalla delusione bruciante di quel bizzarro esiliato geniale, che descrive così: “Un uomo incastrato fra illuminismo e romanticismo, ambizioso, frustrato, brillante, malinconico, isolato ma capace di annusare, anche dal suo angolo di mondo, l’aria del suo tempo”.
Sull’autenticità della sua scoperta così isolata, di cui esistono poche prove materiali, gli storici, dicevamo, hanno seminato dubbi forse un po’ eurocentrici. Ma perché il buon Hercule avrebbe dovuto mentire?
Non ricavò nulla dalla rivendicazione, nella vita si dedicò ad altri studi soddisfacenti: l’architettura tropicale, il canto degli uccelli, la struttura delle nuvole.
Salutiamo invece il ritorno di questo Robinson della camera oscura, prova vivente del fatto che la fotografia voleva a tutti i costi essere inventata, che il “bruciante desiderio” dell’immagine meccanica lo era così tanto da infiammare il cuore di un Fitzcarraldo disperso dall’altra parte del mondo.