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 2017  aprile 09 Domenica calendario

La suora pittrice nel convento di Savonarola

Nel 1538, la quattordicenne Polissena Nelli pronunciò i voti a Firenze nel convento domenicano di santa Caterina da Siena, assumendo il nome di suor Plautilla.
Trent’anni dopo, Giorgio Vasari dedicò alla Nelli, che all’epoca era diventata priora del convento, un circostanziato medaglione biografico, in cui mostra di conoscerne a fondo l’ampia produzione pittorica e ne elogia la maestria, acquisita “cominciando a poco a poco a disegnare e ad imitare con tanta diligenza quadri e pitture di maestri eccellenti”. Secondo Vasari, un giovane artista, per migliorarsi, doveva copiare assiduamente gli esempi dei grandi maestri, ma se aspirava a divenire eccellente a sua volta, doveva anche imitare dal vivo la natura. Ecco perché Plautilla, secondo lui, risultava carente nelle figure maschili: in quanto monaca, non disponeva di modelli virili, mentre eccelleva nel ritrarre le donne “per averne vedute a suo piacimento”.
Inaugurando con una monografica su suor Plautilla la serie di mostre che intende dedicare annualmente alle artiste, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt ha voluto cominciare dal convento di clausura, vera e propria “fabbrica” di arte “al femminile”, sia individuale che collettiva ( Plautilla Nelli. Arte e devozione sulle orme di Savonarola, a cura di Fausta Navarro, catalogo Sillabe, fino al 4 giugno). Il convento di santa Caterina dove suor Plautilla svolse la sua intensa attività artistica per mezzo secolo era la sezione femminile del convento di san Marco, che era stato la base di partenza e anche l’ultimo baluardo di resistenza del Savonarola. I frati continuarono a venerarne la memoria dopo la condanna a morte, alimentandone il culto con una produzione artistica, devotamente ispirata alla sancta semplicitas, di cui fu il massimo interprete prima fra Bartolomeo della Porta (1472-1517), e poi il suo allievo fra Paolino (1490-1547).
Per ragioni anagrafiche, Plautilla non poté conoscere fra Bartolomeo, ma dopo essersi formata come miniatrice passò a dipingere, prima timidamente, poi con sempre maggiore maestria, tele e tavole di ogni dimensione, il cui programmatico anacronismo, veicolato dai modelli della Scuola di San Marco fedelmente imitati, tradisce solo a un occhio allenato il debito nei confronti di pittori anagraficamente a lei più vicini. L’ingenua semplicitas esibita dai dipinti di Plautilla soddisfaceva pienamente il gusto rétro di una larga fetta di committenza, sia conventuale che laica, non esclusa quella di Eleonora di Toledo, che era sensibile alle istanze spiritualiste della Riforma.
Attorno alla metà del secolo, Plautilla era ormai un’affermata caposcuola, priora di un convento che sotto la sua guida era divenuto una laboriosa manifattura di opere devote di ogni genere, incarnazione di un’arte la cui perfezione tecnica non ambisce all’invenzione, ma solo alla seriale replicazione di prototipi muniti di un imprimatur divino. Sotto questo profilo, sono davvero eloquenti, in mostra, le quattro versioni della Santa Caterina da Siena/ Santa Caterina de’ Ricci. Con questi quadri suor Plautilla ha alimentato il culto, ufficialmente vietato, ma sommessamente radicato nei conventi, di una sua coetanea, suor Caterina de’ Ricci, che trascorse l’intera vita tra le mura di un convento domenicano di Prato, mascherandone le estasi e le stimmate, che avevano destato la diffidenza delle autorità ecclesiastiche, dietro lo schermo di un’assimilazione alla trecentesca Caterina da Siena, la cui santità era da tempo inoppugnabilmente certificata.