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 2017  aprile 09 Domenica calendario

I falsi amici di Gamberini il coraggio di Coulibaly

Gamberini: «Un amico mi fregò, persi due milioni». È il titolo sulla Gazzetta di ieri, annuncia un’intervista diversa dalle solite. Come ogni settimana, si parte da un libro che il calciatore ha letto, e questa è già una cosa positiva, 7, e da lì si traggono spunti per le domande. Può capitare che il calciatore abbassi la guardia e si lasci andare a qualche confidenza. Il libro è “True” biografia di Mike Tyson scritta da Larry “Ratso” Sloman. Non c’è molto in comune tra un pugile rissoso, passato anche per il carcere, e il difensore del Chievo. Se non la voglia di Gamberini di avere, una volta tanto, i pugni di Tyson: «Tra il 2010 e il 2011 mi hanno truffato due volte e ho perso quasi due milioni, riavendo indietro solo poca roba. All’inizio vorresti avere il pugno di Tyson, poi lentamente metabolizzi ma perdi la fiducia in tutti. Quello che mi ha fregato tra l’altro era il mio migliore amico (è un classico: ndr). Noi calciatori siamo come polli circondati da sciacalli. Quelli che mi hanno fregato vivono felici perché, pur se condannati, risultano nullatenenti. Io sono lo sconfitto, di sicuro avranno fatto sparire i soldi in qualche modo, però il vantaggio è che io la notte posso dormire sereno, mentre loro un giorno faranno fatica a farlo». Questione di carattere. Io, m’avessero fregato due milioni, tanto sereno non dormirei, per di più sapendo che i responsabili, condannati ma giudicati nullatenenti, se la spassano.
Con Tyson di mezzo, inevitabile evocare il suo morso all’orecchio di Holyfield. C’è stato sul campo il gesto di un avversario che Gamberini non può dimenticare? «Sì, una volta uno mi ha sputato in faccia. Niente nomi, ma è anche un grandissimo calciatore, forse tra i più forti del campionato. Non me l’aspettavo. Ci sono rimasto così male che non ho detto niente, anche perché parlavamo lingue diverse. Comunque ancora oggi ci penso». Niente nomi e pochi indizi. Sputatore non italiano. Attaccante, si può supporre. Tutto qui. Non tutto, mi correggo. Manca il voto a Gamberini: 6. È la media tra il 7 che merita per la sincerità e il 5 perché, quando si tira in ballo uno sputo in faccia, una delle cose peggiori che possano accadere su un campo di calcio, ma anche altrove, i nomi è meglio farli. Altrimenti si copre una mascalzonata. Gamberini è meno reticente sui bei gesti. «Ha presente Ibrahimovic? Alto, forte, veloce, scontrarsi è inevitabile. Una volta giocavo con una fasciatura al ginocchio perché avevo una piccola lesione al collaterale e un suo compagno mi fece una brutta entrata. Ibra arrivò e lo rimproverò, dicendogli di chiedermi subito scusa, e poi venne da me per sapere come stessi».
Sta bene, immagino, Mamadou Coulibaly, 18 anni, senegalese. Ieri a Empoli ha giocato la sua seconda partita in serie A, ma già dopo la prima qualcuno non ha resistito alla tentazione di definirlo il nuovo Pogba. Esagerando. Prima di Empoli, con la solita ironia a labbra strette, Zeman aveva detto: «Il ragazzo non è ancora pronto per il Real Madrid». Sottinteso: sia già contento d’essere arrivato dov’è arrivato. Quella di Mamadou non è una storia drammatica, sembra che la fortuna gli abbia tenuto a lungo una mano sulla testa. Intanto, non è fuggito dalla miseria, dalla fame, da una persecuzione, da una guerra. A casa sua, a Thiès, c’era il necessario, leggo sulla Gazzetta. Il padre, insegnante di educazione fisica, e le zie, insegnanti a loro volte, a Mamadou e alle due sorelle non facevano mancare nulla. Il padre voleva che il figlio studiasse, il figlio sognava solo il pallone. Per questo due anni fa se n’è andato, senza avvertire nessuno se non un amico, Mamadou di nome pure lui. Cellulare spento per mesi, in famiglia credevano fosse morto. Dakar-Marocco in autobus, con regolare biglietto. Dorme al porto finché non gli danno un passaggio gratis per Marsiglia, non su un barcone carico di disperati ma su una nave che trasporta generi alimentari. Da Marsiglia a Grenoble, poi l’Italia: Livorno, Roma, Pescara. Sceso per sbaglio a Roseto, dorme al campo sportivo. Altro colpo di fortuna: i carabinieri lo portano in una casa-famiglia di Montepagano, che si chiama “I Girasoli”. Lì una psicoterapeuta, Nadia Mazzocchitti, ha in affido altre sette ragazzi come Mamadou, non necessariamente con il pallone in testa. Mamadou ha fatto provini per Cesena, Sassuolo, Roma e Ascoli, prima che l’ingaggiasse il Pescara. Ha un agente, Donato Di Campli, e un record: nessuno aveva giocato in A senza aver precedentemente vestito la maglia di altri club, in patria o fuori, noti o ignoti. Coraggio, incoscienza, tenacia, buona stella, fate voi. Suo padre ha visto in tv il promettente esordio con il Milan. «Papà è duro, due anni fa non potevo dirgli che ero in Francia: mi avrebbe fatto tornare. Ora ci sentiamo ogni giorno, dice che è felice e mi ha chiesto scusa». Non è così duro, Mamadou, se ha chiesto scusa. E se c’era uno fra te e tuo padre che doveva chiedere scusa, credimi, non era lui.