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 2017  aprile 09 Domenica calendario

I cowboy battono i sauditi nell’ultima sfida sull’oro nero

ROMA È stata una guerra mondiale da fare epoca: il prezzo crollato ad un quarto, aziende che si inabissavano in massa come barchette nella tempesta, Stati sovrani strangolati dai debiti, giganti delle Borse ridotti ad inseguire affannosamente un elusivo pareggio di bilancio. A poco più di due anni da quella sera di novembre in cui i sauditi annunciarono che avrebbero aperto al massimo i rubinetti dei loro pozzi, si può dire che la grande guerra del petrolio la stanno perdendo proprio i sauditi e la stanno vincendo i cowboy americani che hanno cavalcato la rivoluzione dello shale, il greggio estratto dalla frantumazione delle rocce. Riad ha fatto tutte le mosse giuste per mettere in ginocchio la produzione dei suoi avversari texani. Ma non ha capito che la loro forza non stava nei barili di greggio. Piuttosto nella profondità, nella flessibilità, nella sofisticazione della finanza dietro quei barili. I sauditi hanno vinto sui pozzi, hanno perso in banca.
Riad e il resto dell’Opec hanno deposto le armi ormai da quattro mesi, razionando la produzione per smaltire l’eccesso di offerta sul mercato, rianimare i prezzi e rimpinguare casse ormai esaurite. Ma subito si sono ripresentati i texani, a rubare nuovamente quote di mercato, aumentando la loro produzione di 400 mila barili e vanificando in buona parte i tagli dell’Opec. Eppure, la guerra li aveva decimati. Nei bacini dello shale, due terzi dei pozzi chiusi, cento aziende fallite, 70 miliardi di dollari di debiti svaniti, la produzione crollata di 1 milione di barili. Come fanno i texani ad essere ancora lì?
A Houston amano dire che il merito è delle capacità tecnologiche e nei recuperi di efficienza e produttività delle aziende. Ma è una parte della verità e non la più importante. Negli ultimi due anni, le 10 aziende più rilevanti del settore hanno tagliato i costi operativi del 13 per cento. Ma, nel frattempo, il prezzo del petrolio si è dimezzato. I sauditi, dunque, avevano fatto bene i loro conti. Nonostante la propaganda di banche e analisti, infatti, le aziende dello shale americano sono in rosso da sempre, con il petrolio a 50, come quando era a 100 dollari al barile: il cash flow non ha mai coperto gli investimenti.
Bloomberg registra che le 60 ditte maggiori del comparto hanno bruciato soldi in 34 degli ultimi 40 trimestri (cioè dal 2006). Solo fra ottobre e dicembre 2016 hanno inghiottito 11 miliardi di dollari. Sul collo, in più, 200 miliardi di dollari di debiti. Un’ecatombe, una catastrofe, devono aver pensato a Riad. Il crollo del prezzo sarebbe stato il colpo finale: con un rosso permanente, l’unico modo di scampare al fallimento era raccogliere soldi vendendo quote di proprietà, emettendo azioni o obbligazioni, accumulando debiti in banca per finanziare gli investimenti.
Il punto è che ci sono riusciti, lasciando i sauditi con un palmo di naso. L’anno scorso, con il petrolio sotto i 30 dollari, hanno emesso azioni per quasi 18 miliardi di dollari. In totale, fra il 2007 e il 2014 hanno rastrellato, fra obbligazioni e prestiti bancari, 860 miliardi di dollari. Riad aveva, insomma, sottovalutato la febbre degli investitori, a caccia di rendimenti in una situazione di tassi d’interesse quasi a zero. E anche la flessibilità dei nuovi strumenti finanziari. In più, un enorme settore creditizio si può permettere prestiti rischiosi. Wells Fargo, una delle banche più esposte sull’energia, ha, tuttavia, immobilizzati sul comparto non più del 2 per cento del totale dei crediti alla clientela. Il resto, per lo shale, lo hanno fatto i privati: negli ultimi due anni, con i prezzi del barile ai minimi, le 60 imprese più importanti hanno raccolto capitale per 70 miliardi.
Ma questo fiume di denaro, per ora inghiottito dai bilanci in rosso, non sarebbe bastato se i mercati finanziari non avessero avuto, un appetito per il rischio alimentato dagli interessi a zero, insieme a tasche abbastanza profonde e gli strumenti tecnici per soddisfarlo. Opzioni e futures sono i meccanismi con cui le imprese realizzano l’hedging, riescono cioè a vendere i futuri barili al prezzo più alto che possono spuntare. Appena l’Opec ha annunciato il piano di taglio della produzione, a fine 2016, sul mercato si sono rovesciati mezzo milioni di contratti di opzione, il massimo dal 2012, a garantire il prezzo delle vendite future. Più in generale, non appena il prezzo del barile sale, le imprese dello shale si precipitano a collocare a quei livelli la loro produzione futura. E ci riescono, grazie a investitori disposti a rischiare più di loro. Così, le aziende più importanti hanno messo al riparo (per lo più a 55 dollari) il 2017 e un pezzo di 2018. La Pioneer ha già piazzato i tre quarti della produzione prevista nel 2017. Devon Energy ha quadruplicato l’hedging 2017. Se anche il greggio crollasse a 30 dollari, i conti di Pioneer, di Devon e di decine di altre aziende resterebbero a galla. Alla faccia di Riad.