la Repubblica, 9 aprile 2017
«Lasciateci la moschea o blocchiamo la città». Lo sciopero dei bengalesi
VENEZIA Forni spenti nelle pizzerie, turisti a digiuno negli affollati locali di Cannaregio, pile di piatti sporchi nelle cucine degli alberghi di San Marco. E poi: la Fincantieri di Marghera senza tute blu, e la sorpresa di tanti immigrati di fronte ai cartelli appesi all’ingresso dei phone center: «Chiuso per sciopero generale della comunità». Eccolo qui, come sarebbe un giorno a Venezia senza i bengalesi. «Le scuole, non dimentichiamoci le scuole», incalza Kamrul Syed, portavoce della comunità, «perché senza i nostri figli intere classi, soprattutto alle elementari, rimarrebbero mezze vuote». All’istituto Giulio Cesare per esempio, nel quartiere vicino alla stazione ferroviaria di Mestre, dove ci sono classi con 6 o 7 bambini su 10 nati da genitori fuggiti dalla povertà del Bangladesh. Venezia senza bengalesi non è un esercizio di fantasia: la comunità, composta di quasi 8mila persone, minaccia lo sciopero generale. Quasi 2mila al lavoro tra bar, ristoranti e hotel del centro storico, 1.500 alla Fincantieri, mille tra fabbriche e servizi. Forti di questi dati i bengalesi di religione musulmana chiedono al Comune un luogo dove poter pregare. Fino all’altro giorno avevano in una sala di Mestre il loro riferimento. Un paio di stanze, presto ribattezzate la “moschea” di via Fogazzaro, al piano terra di una palazzina da tre. Una sede aperta sette anni fa e negli ultimi due, con l’aumento del numero di fedeli, oggetto delle proteste dei residenti, svegliati dalla preghiera delle 5. Una vicenda che, il 30 marzo, si è incrociata con l’arresto di quattro kosovari, tra cui un minorenne, sospettati dalla procura di Venezia di essere una cellula jihadista e di voler compiere un attentato a Rialto. La circostanza che almeno due di loro siano stati visti pregare, in passato, nella “moschea” di Mestre, ha rinvigorito la rabbia dei residenti che hanno tappezzato il palazzo di slogan di protesta. E anche se il percorso di radicalizzazione dei presunti jihadisti, avvenuto online, non ha nulla a che spartire con via Fogazzaro, il Comune non ha più potuto sorvolare su quell’ex negozio diventato moschea. «Violazioni edilizie e di destinazione d’uso», e d’intesa con la prefettura ne ha disposto la chiusura. Venerdì i vigili urbani hanno consegnato la diffida ai rappresentanti della comunità, domani si chiude. «Questa è anche casa mia, credo che sia nostro diritto avere un luogo dove pregare», si arrabbia Syed, che ha 49 anni ed è in Italia dal 1988. «Cos’è, andiamo bene per lavorare, ma non abbiamo diritto a un posto dove pregare in pace?». Mercoledì ci sarà un incontro con il Comune per cercare un luogo alternativo. Se non si troverà in tempo utile per la preghiera del venerdì, lo sciopero sarà servito.
«Siamo pronti a bloccare la città. Circa duemila di noi sono cuochi, lavapiatti, pizzaioli e i più giovani, che conoscono bene anche l’italiano, lavorano come camerieri», dice Mohammed Alì, presidente della Comunità, «siamo un pezzo importante dell’economia turistica del centro storico e dell’area industriale». In questi giorni saldatori, tubisti ed elettricisti bengalesi stanno lavorando, nello stabilimento di Marghera, alla costruzione della nave da 99.800 tonnellate assegnata a Fincantieri dalla società armatrice Holland America. Tra i dipendenti delle numerose aziende dei sub-appalti, rappresentano la comunità più numerosa, 1.500 e anche più nei picchi di produzione. «Sono impegnati soprattutto nella preparazione delle scafo», spiegano dalla Cgil, «e il loro apporto è fondamentale». Servirà uno sciopero della comunità per dimostrarlo a tutti?
Il Comune, con l’assessore Simone Venturini, parla di «toni inaccettabili. Scioperino pure, non accettiamo ricatti né velate minacce. La legge vale per tutti». Ma se dall’incontro di mercoledì non spunterà un’alternativa, la comunità bengalese «è pronta a fermarsi, a scioperare e a manifestare» dice Alì, «perché è vero: la legge vale per tutti, ma anche i diritti. Paghiamo le tasse qui, vogliamo un luogo dove pregare, qui».