la Repubblica, 9 aprile 2017
Rebus Siria, ecco le prossime mosse Usa-Russia a rischio scontro nei cieli
BEIRUT I caccia del regime si sono nuovamente levanti in volo dalla base di Shayrat, appena liberata dai detriti del bombardamento americano. E secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, l’organizzazione simpatetica con la rivolta e ne tiene aggiornato il diario, sono andati a colpire nella provincia di Idlib. Per chi si chiede quale impatto abbiano avuto sul conflitto i 59 missili Tomahawk lanciati dalle fregate americane, “Porter” e “Ross”, la risposta potrebbe sembrare scontata: modesto. In realtà le conseguenze sul terreno della decisione presa da Trump sono ancora tutte da vedere.
INCERTEZZA DEI COMANDI
Anche se l’obbiettivo immediato dell’attacco missilistico appare soprattutto, ma non completamente, simbolico, per le forze armate siriane falcidiate da sei anni di guerra civile, perdere in un sol colpo nove aerei da combattimento non è uno scherzo. Esperti occidentali valutano che il potenziale bellico dell’aviazione siriana abbia subito un degrado del 20 per cento. Quale che sia la verità, le ferite provocate dal bombardamento americano costringeranno l’aviazione di Damasco a dipendere ancora di più dall’ombrello difensivo di Putin. Non a caso una fregata della flotta russa di stanza nel Mar Morto ha subito varcato il Bosforo per avvicinarsi alle coste siriane del Mediterraneo. Mosca ha anche annunciato che rafforzerà il sistema di difesa aerea siriana.
Il messaggio che Trump ha voluto mandare con il bombardamento è che, a differenza del suo precedessore, è pronto ad usare la forza, quando lo riterrà necessario. Assad ha reagito annunciando che colpirà i ribelli con ancora più durezza. Ora, non è detto che Trump voglia attaccare ancora. Ma la mera possibilità che possa farlo introduce un elemento di nervosismo sia negli alti comandi siriani che russi, i quali, paradossalmente, hanno deciso di congelare l’accordo che teneva aperto un canale di comunicazione tra i rispettivi apparati militari per evitare incidenti nei cieli della Siria, con i rischi che ora ne conseguono.
SCENARI SIRIANI
Congelato, per il momento, è anche il panorama della guerra che vedeva divampare il conflitto a Nord della Siria, mentre nelle grandi città del Centro e del Sud a dettare le mosse dei comandi militari era il tradizionale ciclo della violenza: attacchi sporadici e attentati terroristici da parte della guerriglia, e rappresaglia del regime. Così a Damasco, Homs, Idlib, che il regime teme sia diventata una base di pianificazione e attacchi terroristici, Hama e Deraa.
In queste zone urbane la guerra è decisamente piegata a favore delle forze lealiste ed è difficile che un maggiore protagonismo americano, a sostegno dei gruppi di rivoltosi “moderati” alteri l’equilibrio dello scontro. Ma poi ci sono le zone di confine dove si combatte una guerra guerreggiata con l’intervento di forze straniere alleate degli Stati Uniti, come Israele e la Turchia le quali hanno, come si dice, agende e interessi diversi e questo complica molto lo scenario.
DALL’EUFRATE AL GOLAN
La battaglia politicamente e militarmente più complessa si combatte a Nord, lungo il confine tra Siria e Turchia. Qui è in corso uno strano gioco delle parti che ha visto la Turchia approfittare della debolezza dell’esercito di Assad per mettere un piede nel territorio siriano. Lanciando l’operazione “Scudo dell’Eufrate” e conquistando Jarablus. Ma ecco che, preoccupato dalle possibili ricadute del golpe subito nel luglio 2016, Erdogan si allontana dagli alleati americani, accusati di dare ospitalità al suo grande nemico il predicatore Fethullah Gulen, e si avvicina ai russi che gli manifestano solidarietà. Stranamente, lui, Erogan, il Sultano che sognava e auspicava la caduta di Assad ha finito con lo stringere rapporti con i protettori del Rais di Damasco. Naturalmente, quando gli Stati Uniti creano le Forze Democratiche Siriane, un alleanza di combattenti curdi e arabi per liberare Raqqa, la capitale siriana dell’Isis, Erdogan tenta di allontanare i curdi e di guadagnarsi un ruolo nell’operazione- Raqqa, così come fa ha tentato di fare a Mosul. Ma gli americani non cedono e mandano 700 marines a dare man forte alle Forze Democratiche. Ora Erdogan è in prima fila nel chiedere che Trump vada avanti coi bombardamenti fino a liquidare Assad. Il suo sogno egemonico ha ripreso slancio e chissà che ne sarà della ritrovata amicizia con Putin.
Liquidare Assad è quello che chiede anche il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, per allontanare l’Iran, il grande alleato della Siria dal confine d’Israele con il Golan siriano. Ma è questo allargamento del conflitto il rischio che Trump dovrà tenere in considerazione.