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 2017  aprile 09 Domenica calendario

Il nuovo Donald interventista la metamorfosi che cambia la mappa di nemici e alleati

«OBAMA in confronto a me era sembrato debole, così debole!». Con queste parole Donald Trump ha confidato ai suoi collaboratori l’intima soddisfazione dopo il raid contro Assad. Il suo predecessore aveva tracciato una “linea rossa” contro l’uso delle armi chimiche, poi aveva assistito impotente alle stragi. Il Nuovo Trump, improvvisamente trasfigurato in difensore dei diritti umani, si gode questa rivincita d’immagine. Ora fa il conto dei nuovi amici e dei nuovi nemici, in una geografia delle alleanze e dei consensi rivoluzionata dall’attacco dei missili Tomahawk. Ma deve anche chiedersi cosa farà dopo. A chi toccherà la prossima volta, assaggiare le ire del neo-interventista?
Vladimir Putin parla di un «colpo sostanziale alle relazioni bilaterali». La Russia sospende gli accordi operativi di “de- conflicting” in Siria, quella linea di comunicazione “calda” che consentiva ai militari sul terreno di evitare incidenti. Per Mosca è un prezzo inatteso e pesante da pagare per il Russia-gate: il presidente americano per scrollarsi di dosso i sospetti infamanti ha vanificato le speranze di un disgelo. Gli Usa annunciano «indagini sulle responsabilità russe negli attacchi chimici di Assad». Per vicinanza geografica e strategica un prossimo bersaglio potenziale è l’Iran. A suo tempo il falco repubblicano John McCain quando era candidato alla Casa Bianca contro Obama storpiò una canzone dei Beach Boys per invocare “Bomb- bomb- bomb Iran”.
Non a caso tra le reazioni più dure dopo il raid americano ci sono quelle di Teheran: «Pericolosa violazione della legalità internazionale».
Il vertice bilaterale con Xi Jinping è stato oscurato dal raid in Siria e già questo è un affronto allo status del leader cinese. Poi c’è l’evidente minaccia di Trump: dopo Assad potrebbe toccare a Kim Jong-un. Se Pechino non blocca il programma nucleare nordcoreano, rischia di veder piovere missili americani a ridosso del suo confine nord-orientale? Mai un leader americano aveva ventilato un simile aut-aut. I media cinesi trasudano indignazione, l’agenzia ufficiale Xinhua accusa Trump di avere agito in Siria per «motivi interni» (Russia- gate). Esperti cinesi vicini a Xi insinuano un paradosso: se Assad avesse avuto l’atomica forse Trump non avrebbe osato attaccarlo. Dunque, indirettamente, Kim Jong-un sarà incoraggiato a proseguire? L’altro schiaffo ai cinesi: un duro richiamo sui diritti umani nel comunicato finale della Casa Bianca dopo il vertice. Obama usava toni più cauti.
Il più trionfale è il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che guarda lontano: «L’avvertimento di Trump riguarda non solo Damasco ma anche Teheran». Il raid contro Assad ricompatta anche due partner tradizionali: Turchia e Arabia saudita concordano con il colpo alla Siria. Nell’elenco degli applausi c’è l’intera Unione europea, apparentemente sollevata per non essere più “orfana” della leadership americana. Si distingue nello zelo il ministro degli Esteri inglese Boris Johnson che subito cancella una visita in programma a Mosca: in perfetta logica da revival della guerra fredda.
Anche in America è un capovolgimento negli equilibri politici. Approva il raid una sorta di “arco costituzionale” che va dalla destra repubblicana classica (John McCain, Lindsay Graham, Marco Rubio) fino a Hillary Clinton. Proprio lei, che sul sì all’invasione dell’Iraq si giocò la nomination del 2008. I notabili democratici sono tutti col presidente: dal capo dei senatori Chuck Schumer all’ex dirigente della Cia obamiana, Leon Panetta. È d’accordo sul raid perfino una delle grandi firme progressiste del New York Times, Nicholas Kristof.
A sentirsi orfani del Vecchio Trump sono i suoi seguaci della prima ora, gli ultrà della destra populista e radicale. Due commentatrici famose, Ann Coulter e Laura Ingraham, esprimono sgomento per il «completo rovesciamento in 48 ore» della dottrina isolazionista su cui The Donald aveva fatto campagna elettorale. Il repubblicano libertario Rand Paul esprime dubbi di costituzionalità su un raid ordinato senza l’autorizzazione del Congresso.
Le vere difficoltà cominciano adesso. A partire dal fronte siriano. Assad e i suoi sostenitori, Russia e Iran, incasseranno il colpo senza reagire? O vorranno mettere alla prova gli americani? La Casa Bianca trasuda ottimismo. La versione ufficiale parla di «successo travolgente» (Rex Tillerson, segretario di Stato). Trump non intende ordinare altri raid, almeno finché Assad non torna a usare armi chimiche. Se Assad non varca questa “linea rossa”, Trump avrà ottenuto un successo d’immagine a poco prezzo. Ma le incognite sono tante. Una futura strage di civili compiuta dall’esercito siriano con “armi convenzionali” potrebbe essere ignorata dall’America? O si sono create aspettative che risucchiano verso nuovi interventi militari? Tutto è nelle mani del nuovo trio al comando, i generali che hanno soppiantato gli ideologhi alla Casa Bianca: H.R. McMaster (consigliere per la Sicurezza nazionale), Jim Mattis (Difesa) e John Kelly (Homeland Security).