la Repubblica, 9 aprile 2017
La fuga del bandito senza pietà. «Fermatelo, può fare altri morti»
MOLINELLA (BOLOGNA) «Il giubbotto antiproiettile, mi raccomando, indossatelo» grida il capitano dei carabinieri ai suoi uomini della stazione di Molinella, dando l’indirizzo dell’ultimo avvistamento a pochi chilometri nella campagna del Mezzano. Altre quattro gazzelle partono in battuta a sirene spiegate, anche se i giubbotti antiproiettile sono finiti, ne è rimasto solo uno in magazzino.
Igor il russo è feroce, spietato, disperato, un animale ferito e braccato, pronto a tutto. Questo è sicuro. Che sia davvero russo invece no, pare ora che venga dalla ex Jugoslavia. Comunque sia, viene dall’inferno. Ha ucciso ancora. Ancora di sabato sera. Non si è allontanato di molto da dove una settimana fa freddo a Budrio, quindici chilometri, con un colpo di pistola al petto il barista Davide Fabbri, 52 anni, che aveva tentato di opporsi alla rapina afferrandogli il fucile e venerdì pomeriggio è stato seppellito. «Aveva occhi di ghiaccio, senza pietà», ha raccontato la moglie della vittima, risparmiata dalla Bestia. Ormai chissà dove sarà, commentavano i paesani dopo cinque giorni di vana caccia all’uomo e rastrellamenti palmo a palmo, perfino coi sommozzatori nei canali tra le coltivazioni, sempre più sfiduciati e blandi. E invece rieccolo, quel diavolo.
Igor Vaclavic detto anche “il ninja” sarebbe un misterioso ex militare di 40 anni, un soldato da prima linea, addestrato per ammazzare, già due volte espulso dall’Italia – provvedimento evidentemente inapplicato – e ricercato dal 2015 per tre rapine nel Ferrarese. Da due anni vive alla macchia, nascondendosi tra paludi, fienili, fossi, argini e campi nei casolari abbandonati emiliani. Un lupo solitario. Il suo ex avvocato Stefania Smanio dice: «Non ha bisogno di armi, è lui stesso un’arma». La Russia non lo ha ma voluto indietro negandone la nazionalità. È un fantasma, quel poco che si sa di lui è quel che ha raccontato di sé in galera. Tutti i documenti ufficiali sono vaghi e lacunosi. Un delinquente come tanti che non meritava particolari approfondimenti finché non si è rivelato un mostro.
Non specialmente alto e massiccio, un metro e settantacinque, ma molto atletico, conoscerebbe correttamente addirittura sei lingue. Ma parla poco, il minimo indispensabile, riferisce chi l’ha conosciuto in carcere dove non creava grane e si faceva i fatti suoi. Sta in Italia da quasi diciassette anni questo soggetto, fuggito – si racconta o si romanza – da un passato oscuro. Una storia di vendette e diserzioni sul fronte ceceno, avrebbe lui stesso favoleggiato.
Qui all’inizio avrebbe lavorato come operaio in un’azienda del Ferrarese. Ma nel 2007 venne arrestato per cinque rapine tra Rovigo e Ferrara. Lo chiamavano “il ladro ninja” perché se ne andava in giro a derubare contadini con la calzamaglia in testa, una fascia verde sulla fronte, una balestra, la faretra sulla spalla e il coltello militare legato alla gamba. Faceva più colore che orrore, all’epoca. Lo presero e si beccò oltre due anni di carcere, insieme al primo inutile decreto di espulsione. Nel 2010 lo acciuffarono ancora dopo un’altra serie di rapine a colpi di ascia con un casco da moto in testa: cinque anni e mezzo di reclusione, al secondo giro, e altro foglio di via. Ma tornato fuori dal 2015, non ha cambiato paese, non ha cambiato vita, non ha certo messo a frutto le letture che dicevano avesse fatto durante la detenzione. Era stato anche accusato, ma assolto, di essere a capo di una banda coinvolta nel rapimento finito con la morte di Pier Luigi Tartari, un pensionato. Latitante e clandestino dunque da un paio di anni avrebbe derubato il 29 marzo scorso una guardia giurata della sua rivoltella Smith & Wesson calibro 9. Lo stesso che ha ucciso Davide Fabbri a Budrio e probabilmente anche la guardia di Portomaggiore.
La caccia all’uomo scatenatasi nuovamente nelle campagne tra Bologna e Ferrara ha ricordato ai più anziani quella al bandito piemontese Pietro Cavallero che insanguinò le vie di Milano oltre mezzo secolo fa ispirando poi un film di Carlo Lizzani, “Banditi a Milano”, in cui il criminale meritò il fascino di Gianmaria Volonté, e anche un libro di Giorgio Bocca. Ma qui di affascinante, leggendario e avventuroso non c’è proprio nulla, finché Igor, il killer dell’Est, resterà ancora libero a seminare terrore e morte tra questi tranquilli, fino a una settimana fa, paesini della Bassa.