Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2017  aprile 09 Domenica calendario

«Vivo con poche amiche e i social mi disgustano. Papà? Mi sono affrancata». Intervista a Giovanna Mezzogiorno

Dura? Quando mai. Addirittura timida. Antipatica? No, riservata. Pedante? Solo rigorosa. Algida? Il contrario: una grande sostenitrice del «contatto fisico, dell’importanza dello sguardo, della parola». Giovanna Mezzogiorno è così: l’opposto di quel che sembra a una prima occhiata, evidentemente distratta.
Tanta sostanza, dietro quell’ingannevole apparenza: attrice di cinema e teatro, 42 anni, due figli gemelli di 5, Leone e Zeno, un marito piemontese, Alessio, che viene dal cinema ma dal suo lato artigiano. Non un attore, non un regista ma uno che sta dietro alla macchina da presa a filmare.
Italiana completa, è stata milanese da adolescente, romana da ragazza, ora da donna e madre è da cinque anni felicemente torinese. In più adora Napoli, dove ha girato il suo ultimo film, «La tenerezza» di Gianni Amelio che uscirà nelle sale il 24 del mese.
Cos’è la tenerezza, Giovanna?
«Un bellissimo titolo e un qualcosa di fondamentale. L’amore può avere una controfaccia di odio, rabbia e frustrazione. Invece la tenerezza ha a che vedere solo con l’accettazione dell’altro. Quando si hanno i bambini è consolarli, abbracciarli, contenere la loro paura. Nel film è quella di cui ha bisogno il protagonista Renato Carpentieri, vecchio padre scorbutico. Oppure quella di cui hanno bisogno i suoi figli che hanno un padre che in qualche maniera li odia, li allontana».
E fuori dal cinema chi ne ha bisogno?
«Tutti, in questo mondo profondamente violento. E non parlo solo degli orrori dei bombardamenti, di flussi migratori, di un mondo che casca a pezzi. Parlo anche del piccolo quotidiano, estremamente aggressivo anche per colpa di queste robe qua (ed estrae il cellulare dalla borsa ndr), per tutto quello che porta ad un rapporto umano continuamente mancato».
Un’espressione forte.
«Questo è un mondo che va ad appoggiarsi sostanzialmente su una base di distanze più che di vicinanze. La tendenza umana va esattamente contro quella che è la tendenza sociale. Questo mondo tecnologico isola le persone. Si ha l’impressione di essere iper-connessi però poi si è sempre più dissociati dal resto dell’umanità. È una doppia faccia molto inquietante».
Soprattutto per una madre di due bimbi di 5 anni...
«Mi spaventano tanto i ragazzi su Internet, il cyberbullismo mi angoscia profondamente... Posso solo cercare di educarli trasmettendo strumenti e valori forti. Poi saranno loro con i loro caratteri a trovare il modo di difendersi. Avendo però anche un atteggiamento rilassato e non chiuso. Non devono essere arroganti, maleducati né viziati ma nemmeno farsi mettere i piedi in testa. Voglio abbiano l’idea che il mondo non è quello della loro cameretta ma pulsa altrove. Non so che epoca sarà quella in cui vivranno loro, in cinque anni c’è stata un’impennata tecnologica terrificante. Siamo stati presi alla sprovvista tutti, anche gli anziani che mettono gli emoticon per poter comunicare».
Ha mai paura di poterli perdere, i suoi figli, come il protagonista del film di Amelio?
«Penso che genitori e figli si perdano nel momento in cui i genitori fanno errori madornali. Se io ne farò, i miei figli saranno autorizzati a voltarmi le spalle. Io ho avuto fratture grosse con i miei genitori, che si sono ricucite per il rotto della cuffia. Altrimenti sarebbe stato drammatico. Il padre, la madre, sono archetipi. Puoi anche non volerci parlare più ma alla fine della vita vedrai che sono presenze che tornano».
Sembra di stare a teatro, mentre interpreta la donna di «Sogno d’autunno» di Jon Fosse, grande successo a Torino, Padova e Milano, con vivi e morti che abitano la stessa scena.
«Già, potremmo buttarci a capofitto su Jonnie e i suoi fantasmi, i suoi morti. Uno dei miei ruoli difficili, densi. Mi sorprendono i teatri pieni. Non è Goldoni o Ascanio Celestini».
Ma torniamo ai genitori...
«La tua struttura genetica, biologica, psicologica viene da lì. A meno che non ti abbiano abbandonato su un gradino a un giorno. Ma già se passano 26 ore il danno è fatto».
Lei è ancora la figlia di Vittorio Mezzogiorno o è Giovanna Mezzogiorno e basta?
«Io sarò sempre figlia di Vittorio Mezzogiorno per quel che ho detto, ma artisticamente credo di essermi affrancata già da anni. Mi pesava molto che mi associassero sempre a lui. Ne soffrivo e lo dico senza vergognarmene. Sentivo di avere una mia personalità artistica che meritava di avere una vita indipendente. Siamo attori completamente diversi. Non ho cercato mai di assomigliargli. Ma eravamo molto simili nel carattere».
Lei come lui così riservata tanto che qualcuno può ritenerla presuntuosa... Mi sa che il mondo social non è proprio il suo.
«Io sono sbalordita da questa voglia di essere continuamente guardati in ogni fase della propria vita. Ma chi se ne frega! Tu, individuo social, sai che la tua vita non è così interessante? Anzi, è super noiosa. Non ce ne frega niente della tua vacanza! Quella è presunzione: perché devo credere che la mia foto al mare con una birra in mano interessi qualcuno? E se succede vorrei andare da questa persona e dirgli che ha un problema».
Roba da finire in analisi...
«Allora vuole che parli di “In Treatment”, la serie di Sky (in questi giorni in televisione e dove Giovanna è Adele, la psicanalista dello psicanalista Giovanni Mari-Sergio Castellitto ndr). È particolare. Tutte queste puntate incentrate sul dialogo psicanalitico... Io ho fatto analisi ed è un mondo che mi affascina. Non perché io sia una che non muove una tazzina se non chiede all’analista. La chiave dell’analisi è che parli di cose intime con una persona che non ha nessun coinvolgimento emotivo con te. È chiaro che anch’io ho le amiche (non tante), però la cosa bella è questo distacco con il terapeuta».
Poche amiche, dice. Attrici?
«Le mie due amiche del cuore sono quelle dell’infanzia/adolescenza milanese, Eleonora e Nicoletta. Non fanno parte del mondo dello spettacolo, una ha tre figlie, l’altra non ha ancora figli. Lavorano, sono sposate. Sono per me come sorelle. Tra alti e bassi, piccole crisi, vacanze insieme, avventure e disavventure, non ci siamo mai lasciate».
«In Treatment» è fiction ma la tv quella in diretta, mi pare di poter dire che non fa per lei...
«Andare in trasmissione mi fa soffrire, sì. Sono un pesce fuor d’acqua, non ho i ritmi televisivi, non capisco nulla di quello che accade intorno a me, gli studi mi sembrano trappole. Meglio dimenticare quello che mi è successo da Fazio a “Rischiatutto”...».
Eh no, ce lo dica.
«Trovo ci sia stata una mancanza di eleganza. Stava a lui mettermi a mio agio e darmi la possibilità di esprimermi in modo decente. Se invece quella sera c’era lo spoglio delle elezioni e si doveva troncare la trasmissione, doveva saperlo. Mica ero lì per un monologo. Dovevo dire due cose di lavoro, non parlare della mia ricetta della parmigiana di melanzane... se non puoi farmi parlare non mi invitare».
Bel caratterino, reminiscenze del suo passato di liceale contestatrice?
«Ah, ah. Ero una tipica ragazza di sinistra. Avevo la divisa, tutti gli atteggiamenti, l’abbigliamento... ero fatta con lo stampino».
E lo è ancora una ragazza di sinistra?
«Sì, si è sempre di sinistra, non c’entra con la crocetta sulla scheda elettorale. Poi probabilmente oggi per tanta gente non c’è più una sinistra che rappresenti in maniera confacente quello che è di sinistra. Renzi forse non ci è riuscito, sento tante lamentele».
Le piace questa Italia?
«No, a chi può piacere? È sempre il solito ibrido che non si capisce mai da che parte deve andare a morire».
E quando le è piaciuta?
«Penso ad anni in cui io ero nata da poco e mi sarebbe piaciuto vivere con consapevolezza. Penso all’Italia con piazza Venezia stracolma per il funerale di Berlinguer».
La interessano i 5 Stelle? Governano la sua Torino e la sua Roma.
«Ma chi se ne frega. Faccio finta di non aver sentito la domanda. Per carità, l’amatorialità della politica... che orrore».
Cosa pensa delle donne italiane della sua età?
«Penso che le donne oggi facciano fatica. Mi sembrano piene di grinta, ma schiacciate tra i figli e il lavoro che richiede sempre più energia, rapidità, efficienza. Mi sembrano sole in molti casi. Non esiste più la famiglia di una volta, il branco con nonne e parenti. Quindi se non possono permettersi un aiuto domestico o per i bambini si barcamenano facendo salti mortali. Io in tanti anni a Torino mi sono creata una piccola, sacra e preziosa rete. Ma non è affatto facile. Sto chiaramente parlando della “gente normale”, quella che vedo intorno a me. Poi ci sono le persone privilegiate per le quali questi meccanismi non valgono. Ma sono una minoranza che non conosco... O meglio che conosco ma non frequento».