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 2017  aprile 10 Lunedì calendario

Michelle Pfeiffer: «Macché finita. Finalmente mi diverto»

Succede spesso, alle attrici più che agli attori. Diventano improvvisamente famosi, fanno soldi al botteghino e le copertine dei giornali, vincono premi, vengono cercati dai registi più acclamati. E poi scompaiono, il loro nome un ricordo di film di un’altra era. Michelle Pfeiffer è una di queste attrici. È esplosa nel 1983, come la donna-trofeo di Al Pacino in Scarface. Seguirono Le relazioni pericolose, I favolosi Baker e Due Sconosciuti, tutte interpretazioni da nomination agli Oscar. È stata poi Catwoman in un Batman e Martin Scorsese l’ha diretta in L’età dell’innocenza.
Non male per una ragazza che faceva la cassiera in un supermercato, la notte studiava da dattilografa ed è approdata ad Hollywood per avere partecipato riluttante a un concorso di bellezza. Altri tempi, perché a questo punto il suo ultimo film risale a quattro anni fa, si chiamava The Family. Se si lasciano perdere produzioni come Hairspray e Dark Shadows, gli ultimi successi della Pfeiffer sono datati 2002, l’anno di White Oleander e di Mi chiamo Sam.
Ma il 2017 si profila come l’anno del suo ritorno. In The Wizard of Lies, un film della HBO, è Ruth Madoff, la moglie di quel Bernie che si rivelò uno dei grandi truffatori di Wall Street. In autunno, apparirà in Mother!, al fianco di Jennifer Lawrence e Javier Bardem e diretta da Darren Aronofsky. Verso Natale, sarà invece al fianco di Johnny Depp e Penelope Cruz nel remake di Kenneth Branagh di Assassinio sull’Orient Express. Come si dice in inglese, un grande «comeback».
Una lunga assenza, Michelle. Che cosa è successo? E come si è trovata nel riprendere il suo lavoro adesso, a 58 anni?
«Mi diverto di più e ho meno ansie! E poi è strano. In qualche modo invecchiando mi sento più sicura. Dall’altro, realizzo che sono più difficile nelle mie scelte, perché dò più valore al tempo. E poi comunque, per anni avevo dato la priorità ai figli. Ora la mia carriera torna a contare e questo è eccitante».
Forse una scelta determinata oltre che dai figli dalla qualità di ciò che le veniva offerto?
«A volte dove sei nella vita colora come vedi il mondo. Diciamo che richiedendo di lavorare solo in particolari luoghi e solo per brevi periodi di tempo avevo reso difficile farmi prendere in considerazione. A un certo punto è diventato più facile non lavorare per niente».
Adesso è tornata, la sua prima uscita un film sui Madoff per la televisione. Conosceva la storia di Ruth Madoff? E l’ha incontrata?
«Non conoscevo la storia molto bene. Ricordo che il caso aveva fatto notizia ma non lo seguii da vicino. Poi mi sono ritrovata Barry Levinson come regista, De Niro nella parte di mio marito. Ho subito detto di sì e solo dopo mi sono resa conto che stavo per interpretare una donna vera e anche viva. L’ho cercata e ho passato un po’ di tempo con lei ed è stata molto piacevole. Una donna che è stata molto criticata e la cui vita ha preso una svolta tragica. Molti non possono capirlo, ma proviamo per un attimo a immaginare che cosa significa perdere tutto ciò che possiedi in un solo giorno».
Come è stato tornare a lavorare con De Niro?
«È sempre bello lavorare con attori che ammiri. Più bravi sono e più elevano il tuo gioco. Quando sai che ti ridanno la palla nel modo giusto, si crea un legame di fiducia. E a quel punto ti senti più pronto a prendere rischi e lasciare che accadano cose imprevedibili, che è sempre meglio».
Una decina di anni fa, un’attrice del suo calibro non avrebbe fatto televisione. Quali cambiamenti vede?
«Io ho fatto televisione, è così che ho iniziato, ma erano due serie di cui è meglio non parlare. C’era sempre un sacco di lavoro e a quei ritmi era difficile lavorare bene. Erano anche anni in cui mi sentivo molto insicura, non avevo fatto scuole e mi vivevo come una sorta di inganno che prima o poi sarebbe stato scoperto. Ma ora in televisione c’è tempo, ci sono molti mezzi, ci sono grandi sceneggiature. È tutto molto diverso. E questo sta creando molte più opportunità».
Pensa che se avesse avuto un’educazione formale di recitazione sarebbe stata un’attrice diversa?
«Diversa sicuramente, perché siamo la somma delle nostre esperienze. Ma chissà se mi avrebbe cambiato in maniera positiva o negativa. Avrei potuto sentirmi più sicura all’inizio, ma avrei anche potuto sviluppare delle brutte abitudini. Perché alla fine recitare è una cosa effimera, intangibile, magica. A un certo punto prende una sua strada e questo vale un po’ in tutte le arti, sia quando dipingi, quando balli, quando canti. E naturalmente quando reciti».