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 2017  aprile 10 Lunedì calendario

Bolaño. In realtà volevo fare il poeta

La fotografia più famosa li ritrae su una scalinata come ragazze e ragazzi nel perfetto stile in voga negli anni Settanta, con un Bolaño giovanissimo e dai capelli lunghi ma già con i suoi grandi occhiali sul volto sottile: sono i poeti infrarealisti, un gruppo al quale dettero vita nel 1975 il ventiduenne Roberto Bolaño e il ventiduenne Mario Santiago Papasquiaro nella babelica, fatiscente e sgangherata Città del Messico.
Per quei ragazzi in giubbotti e eskimo la poesia doveva creare un sovvertimento totale, pratico, reale, ma doveva anche nutrirsi di letture dissennate, che in uno dei manifesti infrarealisti, scritto da Mario Santiago, univa il Living Theatre e la Comune di Parigi, la “pornografia mistica di Charlie Mingus” e il Marchese de Sade, Hieronymus Bosch e l’Internazionale situazionista, Che Guevara e Kafka, Catullo e John Cage, Fassbinder e Engels “maestro di sarcasmo”, Quevedo e “l’erotismo multicolore di Tom Wesselman”, insieme a tutti quelli che secondo Santiago e Bolaño non si limitavano a “fare” poesia ma “vivevano” poesia. Ma questa pratica della poesia in cosa consisteva? Secondo un testimone, Bolaño era già allora un uomo che leggeva troppo e viveva per la letteratura; per un altro era anche antipatico e arrogante; un altro ricorda di aver assistito a un falò di opere teatrali di Bolaño, che avrebbe affermato di averle bruciate perché erano «molto, molto brutte»; un altro sosteneva che allora Bolaño ammetteva poeti nel gruppo, li espelleva e poi li riammetteva, in continuazione; per un altro ancora, quel Juan Esteban Harrington che all’epoca aveva sedici anni e veniva istruito sulla poesia da Bolaño, lo scrittore cileno era intelligente e sgradevole, un bigotto che non beveva alcol e non fumava erba ma scriveva soltanto.
Una volta gli infrarealisti si presentarono a una lettura di poesie di Octavio Paz, aborrito al punto che a una domanda su quali erano i principi dell’infrarealismo pare che Bolaño giovane rispondesse: «Gonfiare di botte Octavio Paz», e là un infrarealista completamente ubriaco cominciò a interrompere la lettura ripetendo che c’era “troppa luce” e finì con l’essere cacciato via, e la poetessa Carmen Boullosa ricorda che in quel periodo era ossessionata dal timore che a una sua lettura arrivassero gli infrarealisti e la chiamassero deficiente. E il ventiduenne Bolaño così scriveva nel suo manifesto infrarealista: «È necessario che il pensiero si allontani da tutto ciò che viene chiamato logica e buon senso… Buttiamoci a capofitto in tutti gli ostacoli umani, in modo che le cose comincino a muoversi dentro di noi… La nostra etica è la Rivoluzione, la nostra estetica è la Vita: una-sola-cosa…». Il giovane Bolaño scriveva poemi come Visione pornografica del capitalismo mescolando i Surrealisti e Ginsberg, e nel manifesto intitolato in omaggio a Breton Abbandonate tutto di nuovo, diceva: «Il vero poeta è quello che si lascia sempre se stesso alle spalle. Mai troppo tempo nello stesso posto, come i guerriglieri, come gli ufo… Il proletariato non ha feste. Solo funerali ritmati. Le cose cambieranno. Gli sfruttati faranno una grande festa. Memoria e ghigliottine… Che l’amnesia non ci baci mai sulla bocca. Abbiamo sognato l’utopia e ci siamo svegliati gridando… Abbandonate tutto di nuovo, partite sulle strade». E Bolaño sciolse gli infrarealisti, partì per la Spagna, visse ai margini del mondo letterario, si trasformò in narratore, scrisse racconti di successo e inventò due dei romanzi più importanti della contemporaneità: I detective selvaggi, in cui tornò visionario e ironico al tempo dell’infrarealismo, e 2666, in cui entrò visionario e atroce in questo tempo. Ma alla pratica della poesia non smise di credere, e oggi compare in italiano un libro di “poesie” scritte da Bolaño negli anni Novanta: si intitola Tre, raccoglie tre raccolte poetiche ( Prosa dell’autunno a Girona, I Neochilenos, Una passeggiata per la letteratura) tradotte da Ilide Carmignani, e lo pubblica Sur, editore che sta riscoprendo in maniera nuova il mondo latinoamericano. In Tre il Bolaño maturo evoca il Bolaño giovane e i poeti ribelli tra dittature e miseria con «il sogno dei coraggiosi morti per una chimera di merda»; i soldi come «cordone ombelicale» fra l’Io e il mondo che lui non avrà mai; il senso della sconfitta: «Odio l’arrivo del giorno, che mi invita a un’esistenza della cui verità e significato dubito molto»; l’apparire della grazia poetica: «Sono stato dentro il paradiso come osservatore e naufrago, là dove il paradiso aveva la forma del labirinto»; e il sogno come ingresso nella realtà: «Ho sognato che stavo sognando, avevamo perso la rivoluzione prima di farla». E di fronte a queste prose poetiche che sembrano avere a modello le Illuminations di Rimbaud ibridate a un Perec senza giochetti, si capisce che i romanzi di Bolaño sono una metamorfosi della poesia nella narrativa unica nella contemporaneità. Nei romanzi Bolaño ha distorto la prosa narrativa che è sequenziale e temporale con le incursioni della poesia che è asimmetrica e atemporale, creando un racconto dei fatti sabotato in continuazione dallo spettro di ciò che c’è dietro quei fatti, orientando i suoi romanzi sul pensiero di Nietzsche che recita che non esistono fatti ma solo interpretazioni di fatti. Il mistero in cui cominciano e finiscono i romanzi di Bolaño non è un trucco da scrittore, ma il mistero in cui va a cozzare lo scrittore che procede con lo sguardo lucido del narratore che sa tutto in anticipo e con lo sguardo buio del poeta che la realtà la scopre inventandola, in una commistione che Bolaño incarna nella figura di un detective che non ha nulla in comune con il detective tradizionale che elimina il caos, perché il detective selvaggio entra nel caos con la speranza disperata di ampliare i confini della ragione, in una avventura a cui bene si adattano le parole che scrisse a ventitré anni sul fatto che chi scrive deve attraversare «zone per niente favorevoli all’atto dello scrivere»: un detective il cui vero antenato non è il Don Isidro Parodi di Borges e Bioy Casares, ma il Don Ciccio Ingravallo di Gadda. Il poeta è un detective, e il detective è un poeta: questo è il doppio volto che appare nelle prose poetiche e nei versi di Tre come in tutta l’opera di Bolaño, e più ancora ce lo mostreranno le poesie di un importante libro che sarà pubblicato da Sur, L’università sconosciuta.
Bolaño non invecchiò con il successo, nel 1999 ricordò ancora una volta i poeti ribelli dicendo: «Tutta l’America latina è disseminata delle ossa di quei giovani dimenticati», e pochi anni prima riecheggiando Guy Debord aveva scritto: «L’ora di mettere la testa a posto non arriverà mai». Nel 2003, a cinquant’anni, la malattia che lo inseguiva lo uccise mentre scriveva I dispiaceri del vero poliziotto, frammento di un romanzo di migliaia di pagine in cui sarebbero forse tornati tutti i suoi personaggi, i morti sarebbero stati vivi e i vivi sarebbero stati morti, e la ricerca del detective selvaggio Bolaño sarebbe arrivata là dove scintilla nei frantumi spezzati della menzogna lo sguardo obliquo della verità: il poeta Bolaño è morto restando forever young, e per lui l’ora di mettere la testa a posto non arriverà mai: mai più.