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 2017  aprile 10 Lunedì calendario

L’ambasciatrice all’Onu contro Tillerson. «Assad deve andare». Lui: «Ricordate la Libia»

«È ORA di considerare lo stretto legame fra i diritti umani e la nostra sicurezza». Che fosse in arrivo una Nuova Dottrina Trump, prima ancora del raid contro Assad, Nikki Haley me lo aveva anticipato con quella frase. Avevo incontrato la nuova ambasciatrice americana all’Onu pochi giorni prima, in una sessione a porte chiuse al Council on Foreign Relations di New York. «Lavoro per cambiare la cultura dell’Onu», aveva detto in quell’incontro ristretto. E poi giù durissima contro Assad, in un momento in cui non si sospettava ancora l’ordine di lancio dei missili Tomahawk contro la base siriana. «Gli orrendi crimini di Assad – mi diceva la Haley in quell’occasione – hanno provocato la più grave crisi di profughi dalla seconda guerra mondiale. Dalla Siria alla Corea del Nord, vengono minacce alla pace mondiale». Nelle ultime ore la rappresentante degli Stati Uniti al Palazzo di Vetro è andata ben oltre. Ha evocato il tema del “regime change”: «Non ci sarà soluzione politica con Assad alla guida della Siria». E ha lasciato aperta la strada a nuovi attacchi militari americani: «Siamo pronti a intervenire ancora in Siria».
Attenzione alla Haley, le sue parole sono diverse da quelle che pronuncia il segretario di Stato Rex Tillerson (che oggi è in Italia), il quale invece ammonisce a «imparare la lezione della Libia». Cioè: non rovesciare un dittatore se l’alternativa è il caos. Tra i due media il consigliere per la Sicurezza nazionale, generale H.R. Mc-Master, con questa versione: Assad deve andarsene, ma non saremo noi a fare il cambio di regime.
È la Haley però a occupare la tribuna più visibile, quasi un ring di pugilato: al Consiglio di Sicurezza va in scena la nuova versione della guerra fredda, con roventi scambi di accuse fra russi e americani. Lei è una combattente, temprata da una carriera tutta in salita. 45 anni, ex governatrice della South Carolina, di politica estera in partenza sa poco. Però supplisce al deficit di competenza con la grinta, una personalità che è piaciuta a Trump per la sua aggressività. Il suo nome da ragazza, Nimrata Randhawa, rivela l’origine: famiglia indiana e religione sikh. «Sono sempre stata un’outsider – dice di sé – la prima governatrice donna del mio Stato e la prima appartenente a una minoranza etnica». Quando l’ho incontrata ha citato più volte, come un pezzo importante del suo apprendistato politico, la carriera militare del marito: ufficiale della Guardia Nazionale, ha servito per un anno (2013) sul fronte afgano.
La nomina della Haley all’Onu fu accolta con scetticismo, per la sua inesperienza. Lei ha reagito passando subito all’attacco. Come il suo presidente, anche lei diffida dell’istituzione in cui lavora: ha definito le Nazioni Unite «inefficienti, incapaci perfino di fare un periodico riesame sui risultati effettivi delle missioni di pace», nonché «pregiudizialmente anti- israeliane». Ha denunciato «la vergogna di regimi liberticidi che partecipano alle commissioni sui diritti umani». Ha promesso – sotto ordine di Trump – di tagliare i fondi americani a tutte quelle attività Onu che non convincono gli americani. Non esita a fare “le liste dei buoni e dei cattivi”, tenendo l’elenco dei paesi che votano con o contro gli Stati Uniti, come a dire: poi faremo i conti.
Prima di iniziare il suo gran repulisti all’Onu, le capita una missione che esalta la sua combattività: il duello con la Russia a Palazzo di Vetro, la svolta repentina che ha portato l’Amministrazione Usa dai sospetti di collusione del Russia-gate al nuovo clima di guerra fredda. Si torna a ragionare in bianco nero, alleati o nemici, guai a chi non si schiera. «Il nostro primo atto – ha detto la Haley alla sessione speciale del Consiglio di sicurezza convocata subito dopo il raid missilistico americano – è stato misurato. Siamo pronti a intervenire ancora, perché è ora che tutte le nazioni civili mettano fine agli orrori in Siria». Poi l’affondo diretto contro la Russia: «Ogni volta che Assad ha oltrepassato la linea dell’umana decenza, la Russia era al suo fianco». È lei ad avere evocato una «corresponsabilità dei russi nell’uso di armi chimiche». Rincara in un’intervista alla Cnn: «Finora Assad ha pensato di poterla fare franca grazie alla Russia, il nostro attacco ha cambiato tutto».
C’è anche nelle sue parole la giustificazione rivolta alla destra americana, a quegli elettori del Tea Party che avevano abbracciato lo slogan America First, avevano creduto alla svolta isolazionista di Trump. E ora sono delusi o titubanti, di fronte a questa contro- svolta, il ritorno dello Zio Sam come gendarme mondiale, nel nome dei diritti umani. «La diffusione delle armi chimiche – taglia corto la Haley – è una minaccia diretta ai nostri vitali interessi nazionali». Nella riunione al Council on Foreign Relations è entrata nei dettagli: le armi di distruzione di massa possono cadere nelle mani dell’Isis o di Al Qaeda, ed essere usate contro di noi, nei nostri paesi, nelle nostre città.