Corriere della Sera, 10 aprile 2017
Troppi fronti aperti per un leader brutale ma debole
La doppia strage egiziana racchiude molti simboli. Primo: i terroristi proseguono la loro guerra contro i copti, una campagna che risale all’epoca della Gamaa Islamiya ed è stata portata avanti dai gruppi che si sono succeduti. L’Isis ne ha fatto una bandiera in Egitto e nella vicina Libia. Secondo: è un colpo terribile alla sicurezza promessa dal presidente Al Sisi. Messaggio ancora più forte perché anticipa la prossima visita del Papa. I militari utilizzano metodi brutali in nome della lotta all’estremismo, ma faticano a conseguire il loro obiettivo. Terzo: l’Egitto è attaccato su molti fronti. La parte settentrionale e centrale del Sinai sono teatro delle azioni dello Stato Islamico. I militanti piazzano mine, tendono imboscate, conducono un’attività insurrezionale che mette in discussione l’autorità centrale. Quarto: non meno pesante è la minaccia nei centri urbani. Il massacro nelle chiese è stato preceduto da una lunga serie di agguati, alcuni condotti da Hasm, costola violenta – secondo alcuni – della Fratellanza. Nel mirino numerosi esponenti delle forze dell’ordine. Quinto: la dimensione egiziana del fenomeno eversivo si salda con quella internazionale. Lo dimostra la distruzione dell’Airbus russo nell’ottobre 2015.