La Stampa, 9 aprile 2017
La Nord Corea contro gli Usa: «Giusto dotarsi dell’atomica»
Kim Jong-un cavalca la prova muscolare di Trump in Siria rispolverando la retorica antiamericana e rilanciando la sfida agli Stati Uniti. Il giovane leader si lancia in una ferma condanna all’attacco che prova «un milione di volte» come sia giustificato il rafforzamento del programma militare e nucleare di Pyongyang. A conferma ordina la sperimentazione di un nuovo missile, il Hyunmu-2C, in grado di coprire 800 chilometri, in previsione della sua entrata «in servizio» entro fine anno.
Per Kim le immagini dei Tomahawk lanciati sulle rampe delle forze aeree di Bashar al-Assad non solo non sono un deterrente, ma costituiscono un incentivo alla provocazione. E il presidente Usa non si tira indietro rilanciando a sua volta con l’ipotesi di posizionare testate atomiche in Corea del Sud o dare agli 007 licenza di uccidere Kim Jong-un. Queste sono almeno le ipotesi messe sul tavolo dal Consiglio per la sicurezza nazionale in caso sia necessario agire d’imperio dinanzi al superamento della «linea rossa» da parte dell’ultimo irriducibile bastione dello stalinismo. Superamento non così lontano come confermano le più recenti dichiarazioni della leadership americana che ha parlato più volte di «pazienza strategica finita». Del resto Siria e Nord Corea sono due dossier legati al cambio di passo che vede l’America tornare a vestire i panni di gendarme del mondo con Trump pronto a iniziative unilaterali dinanzi all’immobilismo della comunità internazionale. Lo conferma lo stesso inquilino della Casa Bianca al presidente reggente sudcoreano Hwang Kyo-ahn in una telefonata di 20 minuti.
La paura di Seul
Le rassicurazioni di Trump a Seul si giustificano anche coi timori che Pyongyang possa procedere a un altro test nucleare o balistico in occasione del 15 aprile, giorno del compleanno del fondatore dello Stato Kim Il-sung e nonno dell’attuale leader Kim Jong-un. Trump spiega di aver discusso «in profondità il grave problema del nucleare nordcoreano e su come affrontarlo» con il presidente cinese Xi Jinping nel loro primo summit chiusosi poche ore fa a Mar-a-Lago, in Florida. Durante il quale Trump stesso ha dato prova di determinazione ordinando in diretta l’attacco in Siria. La Cina ghigna nel vedere gli Usa impantanarsi di nuovo in Medio Oriente distraendo l’attenzione dall’Oriente estremo.
«Negli anni passati mentre Washington sperperava denaro tra Falluja e Kandahar, i cinesi intrecciavano relazioni economiche, lanciavano business e costruivano isole artificiali – spiegano alcuni osservatori – E pochi facevano caso a cosa succedeva all’interno del Paese, specie in termini di violazione dei diritti umani». Sulla Corea del Nord però la sensibilità del Dragone è ben diversa: Pechino ha manifestato irritazione in merito all’installazione in territorio sudcoreano del «Terminal High Altitude Area Defense» (Thaad), decisa a luglio e iniziata a marzo.
Lo scudo intercetta vettori del Nord ad altissima altitudine, dentro e fuori l’atmosfera, ma è in grado di tenere sotto osservazione la stessa capitale cinese. Per evitare pertanto complicazioni nel cortile di casa propria, Xi dovrà dar seguito all’impegno preso di maggiore cooperazione per una soluzione pacifica a nord del 38° parallelo. Dove per la prima volta dalla Guerra di Corea del 1950-53, sono state scandite le note dell’inno sudcoreano in occasione di una partita di qualificazione della Coppa d’Asia 2018 di calcio femminile. Un incontro che va oltre lo sport: le formazioni delle due Coree si sono battute davanti ai 50 mila spettatori dello stadio Kim Il-sung terminando al 90° con un salomonico 1 a 1.