Il Messaggero, 9 aprile 2017
Ucraina, il nodo delle sanzioni e l’ombra di un’altra guerra
Problemi e timori sul fronte ucraino. L’empasse dura dalla primavera 2015, dalla firma degli accordi di Minsk-2, che in gran parte sono stati disattesi. Ogni tanto riprendono duri combattimenti tra i governativi di Kiev ed i separatisti filo-russi delle repubbliche popolari, come è avvenuto nel febbraio scorso con ulteriori morti, sofferenze e distruzioni. Secondo una recente stima delle Nazioni Unite, per la guerra oltre 10mila persone hanno perso la vita e circa tre milioni sono state costrette ad abbandonare le proprie case.
Quello del Donbass è il classico conflitto congelato, una tragica realtà già vista nello spazio ex sovietico in Transnistria, in Ossezia meridionale, in Abkhazia ed in Nagorno-Karabakh. Qualche speranza di riavviare i negoziati è riposta nella visita della cancelliera tedesca Angela Merkel (la prima dopo anni) al Cremlino il 2 maggio prossimo. Ma la Russia con la testa alla campagna elettorale per le presidenziali del marzo 2018 difficilmente potrà concedere qualcosa.
L’evento più importante degli ultimi mesi nelle repubbliche popolari è la nazionalizzazione dei beni di alcuni oligarchi ucraini, soprattutto quelli di Rinat Akhmetov, originario di Donetsk. Stiamo parlando di industrie metallurgiche, di raffinamento per le materie prime e di miniere. In quella di Lugansk lo scontro intestino, probabilmente legato al controllo del commercio (contrabbando?) del carbone, ha provocato morti eccellenti. I governativi di Kiev hanno risposto con la blokada, ossia bloccando alla frontiera qualsiasi tipo di scambio tra le due parti.
L’Ucraina, i cui cittadini probabilmente da giugno non avranno più necessità di visti per venire in Ue per soggiorni di meno di 90 giorni, ha costretto le banche russe operanti sul suo territorio a cedere le attività. Kiev, in sintesi, sta facendo saltare tutti i ponti restanti con Mosca e ne costruisce altri con Bruxelles.