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 2017  aprile 09 Domenica calendario

Formula 1, generazioni di promesse e talenti nel nome del padre

«Un pilota normale perde un secondo al giro a ogni figlio che gli nasce». Così Enzo Ferrari, alla sua maniera, definiva il rapporto sportivo tra la paternità e l’essere un pilota da competizione. A volte, anzi spesso, quei figli si sono messi a loro volta al volante. In quasi 70 anni di storia della Formula 1 gli esempio sono stati molti. Con risultati alterni. Con padri che hanno scritto la storia ed eredi che hanno fatto le “comparse”, come nel caso degli Andretti, dei Piquet, dei Brabham, ma anche figli che hanno fatto meglio dell’illustre genitore, come Jacques Villeneuve capace di vincere un Mondiale come non era riuscito al compianto papà Gilles. Due volte addirittura oltre ai geni padri e figli si sono “trasmessi” anche il titolo iridato: prima tra Graham e Damon Hill e poi proprio nel 2016 fra Keke e Nico Rosberg. E neanche nel Mondiale 2017, quello che Rosberg jr sta vedendo, (per sua scelta) da spettatore, mancano ai box i figli d’arte. A partire dal pilota più promettente del Circus, Max Verstappen. Il ragazzo olandese della Red Bull, classe 1997, ha una mamma, Sophie, che correva dei kart e un padre, Jos, che ha preso parte a 106 Gran Premi di F1 tra il 1994 e il 2003, cogliendo due terzi posti proprio nel suo anno di esordio, quando ha corso per 10 gare al fianco di Michael Schumacher alla Benetton, Max, più giovane debuttante della storia del Circus, ha già fatto meglio, vincendo a 18 anni un GP in Spagna nel 2016 e mettendo insieme già sette podi. Avversario di Jos Verstappen sul finire degli Anni Novanta era il danese Jan Magnussen, pilota della McLaren e della Stewart. Uno che da ragazzo era stato paragonato ad Ayrton Senna, ma che in F1 ha raccolto un punto in una stagione e mezza, durante le quali era spesso accompagnato dalla moglie e da suo figlio Kevin, classe 1992. Che nel 2014, diciannove anni dopo il debutto del padre, riportò la Danimarca nel Circus. Con la stessa scuderia di papà Jan, la McLaren, centrando subito il secondo posto al debutto in Australia e prendendosi il titolo di “promessa”. Un’etichetta che dopo due stagioni con le Frecce d’Argento (di cui una da terzo pilota) e una con la Renault sembra sbiadita, con il danese alla ricerca di un nuovo inizio alla Haas, motorizzata Ferrari. Magnussen nel 2016 alla Renault ha condiviso il box con un altro figlio d’arte, l’inglese Jolyon Palmer, nel 2014 campione della GP2. Il 26enne del team francese, approdato in F1 la scorsa stagione, è figlio di Jonathan, laureato in medicina che dopo essersi diviso per un periodo tra pista e corsia, nel 1983 debuttò in F1. In sette stagioni non vinse mai, non salì mai sul podio in 88 GP, ma fece poi fortuna ugualmente, sia come commentatore tv che come imprenditore tanto da acquistare insieme ad altri uomini d’affari alcuni circuiti britannici, tra cui Brands Hatch. Una pattuglia di “figli d’arte”, a cui può appartenere anche Carlos Sainz jr. Lo spagnolo della Toro Rosso, classe 1994, è l’erede di Carlos Sainz, che mai ha corso in F1 ma è una leggenda del motorsport, con 26 gare, due Mondiali e una Dakar (nel 2010) in bacheca nel rally. E la storia dei padri e figli nel Circus non sembra essere finita. Alle porte del campionato bussano ragazzi promettenti e con cognomi pesanti: Giuliano Alesi, Aurelien Panis, Pedro Piquet (figlio 18enne di Nelson), Will Palmer ma soprattutto Mick Schumacher, erede di Michael, ora in F3 europea, dopo aver fatto esperienza nella Formula 4 tedesca e italiana. Per lui e per altri la strada è lunga e dura, ma l’obiettivo è comune: non essere più solo “figli di”.