Avvenire, 9 aprile 2017
Antisemitismo, il vero affare Dreyfus
Forse è lo scrittore Charles Péguy a descrivere con esattezza il ruolo di Bernard Lazare, quando in La nostra giovinezza,
del 1902, anno della morte, e a caso quasi concluso, afferma: «La grande massa degli ebrei non ha mai teso al proprio grande, anche se triste, destino, se non quando è stata costretta con la forza. Nella grande crisi in cui erano caduti Israele e il mondo, il profeta era Bernard Lazare». La crisi a cui si riferiva Péguy era proprio l’affaire Dreyfus che nell’ultimo decennio dell’Ottocento coinvolse la società francese, politica e istituzionale, popolare e culturale, in un esperimento di violenta polarizzazione tra colpevolisti e innocentisti. Il capitano Dreyfus, ebreo, veniva accusato e condannato, sulla base di prove inattendibili, per aver passato a potenze straniere informazioni sui dispositivi di difesa della Francia. La campagna contro Dreyfus fu condotta con particolare accanimento dai giornali cattolici e nazionalisti (“La Libre Parole” di Drumont il famoso autore di un libello di successo, La France juive, 200 edizioni in 25 anni; “La Cocarde“, “La Croix” e decine di altri), suscitando il riemergere del limaccioso sentimento plebeo fatto di paure e fobie maidel tutto superate.
Nelle piazze della Francia del 1894 si gridava “morte agli ebrei!”, come per secoli lo si era fatto attribuendogli pestilenze, catastrofi naturali, carestie e malanni vari. Tornava in auge un capro espiatorio facile e da sempre a portata di mano, reso fin troppo disponibile dalla debolezza dello stesso mondo ebraico. Diviso tra coloro pienamente assimilati nella società, anzi, fin troppo, tanto da occuparne i piani alti della finanza e dell’economia, e gli esclusi che non partecipandovi finivano per essere due volte oppressi: prima dalla loro posizione sociale, che condividevano con la maggioranza della popolazione francese ugualmente sfruttata e poi dal resto dei loro stessi correligionari, ai quali il meglio che gli si potesse attribuire era l’indifferenza, il peggio la volontà di cancellare frettolosamente ogni segno della loro appartenenza (la prosa di Proust che descrive le evoluzioni dei salotti parigini è, al riguardo, più di una cronaca immaginaria). In questa complessa stratificazione di problemi, che certo non risparmiava i cattolici, che comunque dovevano fare i conti con la loro finanza e con le loro élite, ugualmente indifferenti alle sorti di quello che una volta si chiamava il “popolo minuto”, l’opera di Bernard Lazare getta una luce tagliente e rigorosa. La ricostruzione dell’errore giudiziario che condanna il capitano Dreyfus viene fatta entrando nel vivo della polemica, con una determinazione nell’affrontare lo stesso Drumont, il capofila dell’antisemitismo francese del tempo, stupefacente. Ci saranno poi gli Zola, i Péguy e i molti altri che prenderanno posizione, ma quella di Lazare rappresenta la prima e migliore ricostruzione dell’affaire.
La strategia di Lazare è doppia. Da una parte riconosce “teoricamente” le “necessità” dell’antisemitismo: costruire un nemico interno per rafforzare la lotta con l’esterno, vale a dire un altro nazionalismo, quello tedesco essenzialmente. E dall’altra smontare il “caso” nella sua fattualità, svelandone la costruzione fittizia; le manovre disinformanti; i rapporti tra persone, gruppi e luoghi nei quali si costruivano prove inesistenti e si anticipavano condanne non ancora emesse al di là di ogni corretta procedura, tanto che, nelle intenzioni di Lazare, la difesa di Dreyfus non si doveva distinguere dalla difesa della libertà e della giustizia tout court.
Diciamo che il caso Dreyfus nella penna di Lazare, e con gli occhi di ciò che successe dopo, ha rappresentato la prova generale dell’antisemitismo novecentesco, ma anche della possibilità di combatterlo con metodo e intelligenza, nella quale i cattolici non hanno fatto una bella figura. Non tanto per effetto di un giudizio retrospettivo che impone quello di oggi su ciò che comunque andrebbe valutato con gli occhi del momento, quanto per il fatto che è direttamente un ebreo a contrastare gli antisemiti, a svelarne le vere ragioni, e a chiarire che il “dagli al banchiere ebreo” è un modo per evitare di trovarsi nelle piazze il grido di “dagli al banchiere cattolico”. Dove Lazare fa capire benissimo che il rafforzativo “teologico”, le accuse al popolo deicida nascondono, più che un discutibile teologema, una vera e propria truffa, a svelare la quale avrebbero dovuto essere per primi proprio i cattolici.