Avvenire, 9 aprile 2017
Dentro la botte cooperativa il vino fattura 4,3 miliardi
Il vino italiano è cooperativo. Non tutto, certo, ma una parte consistente e rappresentativa del fatturato, degli occupati e delle imprese che ruotano attorno alla vitivinicoltura nazionale fa capo alla cooperazione. Che raccoglie anche alcuni dei migliori nomi dal settore oltre che sfide da grandi imprese.
A dirlo oggi al Vinitaly è l’Alleanza delle Cooperative Italiane Agroalimentare che snocciola numeri impressionanti. Oltre 9mila addetti in 498 cantine cooperative, 148mila soci aderenti per un giro d’affari di 4,3 miliardi pari al 40% del totale del fatturato nazionale del vino sono le statistiche della cooperazione vinicola italiana. Con 8 cooperative con fatturati superiori a 100 milioni di euro e nomi di rilievo come Cantine Riunite & CIV, Caviro, Mezzacorona, Cavit, Soave, Gruppo Cevico, Collis Veneto Wine Group e La Marca. In questo modo, le cooperative vitivinicole rappresentano il 58% della produzione vinicola media del nostro Paese.
Un comparto con i connotati propri della cooperazione. Il livello medio di prevalenza mutualistica si attesta ben oltre l’82%. E con un’attenzione alle esportazioni di tutto rispetto. Il fatturato aggregato derivante dalle vendite all’estero è pari a 1,8 miliardi di euro. E non si tratta di vini sfusi e di bassa qualità, così come non si tratta di realtà d’impresapoco dinamiche. Tutto bene, quindi. A parte la concorrenza, ma soprattutto Brexit e Donald Trump. I cooperanti agricoli tuttavia sono persone con i piedi ben piantati in terra. Da una indagine interna realizzata tra le principali cantine associate ad Alleanza delle cooperative, i cui risultati sono diffusi in questi giorni al Vinitaly, è emerso che per le cooperative vitivinicole, che commercializzano più della metà (il 56%) di tutti i vini e gli spumanti italiani venduti negli Stati Uniti, le parole di Trump non sono lette al momento come una reale minaccia per le esportazioni di vino. «Le nostre cantine – spiega Ruenza Santandrea, Coordinatrice del Settore vino dell’Alleanza – non immaginano al momento uno scenario che possa repentinamente mutarsi in una forte ostilità. Non dimentichiamo infatti che gli Usa hanno anche un notevole peso come paese esportatore di vino, collocandosi al settimo posto nella graduatoria mondiale in volume e al quinto in valore. Se venissero messi dazi e barriere, tutti gli scambi commerciali subirebbero un contraccolpo e gli stessi produttori californiani finirebbero per essere penalizzati». Senso pratico quindi. Così come nei confronti di Brexit. «Molte cantine – dice sempre Santandrea – hanno già avuto uno scossone a causa della svalutazione della sterlina. Ma il vino in Inghilterra ha già un prezzo più alto perché sono applicate accise molto alte. C’è in qualche modo da escludere uno futuro con interventi pesanti sul libero commercio introducendo ulteriori dazi». Attenzione comunque ad ogni segnale negativo, anche se c’è da scommettere che difficilmente i produttori si faranno trovare impreparati.