Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2017
Ma un solo raid basta a incendiare il greggio
Quando lo spettro di un conflitto incombe su un Paese situato in un’area geopoliticamente strategica, o quando addirittura inizia una vera guerra, petrolio ed oro sono le due materie prime a risentire subito del nervosismo che si impadronisce dei mercati, reagendo con una serie di corposi rincari.
Il greggio per il timore che si possa innescare un tracollo crollo produttivo, l’oro, perché, nel clima di incertezza che ne segue, riprende con forza il suo tradizionale ruolo di bene rifugio.
Contrariamente a quanto sostiene il Cremlino, la notte di giovedì 6 aprile 2017, non è come la notte del 20 marzo del 2003,quando una pioggia di missili americani si abbattè su Baghdad dando il via alla guerra contro Saddam Hussein. Per quanto sia stata un’azione clamorosa, e rapida, il lancio di 59 missili americani Tomahawk contro la base militare siriana da cui si presume sia partito l’attacco con armi chimiche di martedì non somiglia affatto ad una prima azione bellica a cui ne seguiranno altre, piuttosto ad un duro messaggio al presidente siriano Bashar al-Assad, a una rappresaglia quasi dovuta nei confronti di un regime che, utilizzando armi chimiche contro civili innocenti, avrebbe varcato platealmente la “linea rossa”.
Non è dunque l’inizio di un’offensiva di terra. Trump se ne guarda bene. E nemmeno un tentativo, o un avviso, per scalzare dal potere Assad. E chi pensa sia un’azione per rafforzare i ribelli dell’opposizione ha fatto male i calcoli. Trump non sembra aver alcun interesse ad essere risucchiato nel pantano siriano. Perché un conto è portare avanti, guidandola, una campagna militare aerea internazionale contro l’Isis. Un altro intervenire con gli stivali sul terreno in un conflitto sempre più complesso che si trascina da sei anni e non pare destinato a finire presto.
La reazione emotiva dei mercati sembrerebbe dunque più dovuta alle potenziali conseguenze delle tensioni tra Russia e Stati Uniti che alla Siria stessa. Il prezzo dell’oro è salito sopra 1.270 dollari l’oncia,il massimo dallo 10 novembre. Quanto al petrolio, i futures sul Wti hanno registrato un rialzo di 1,24 dollari arrivando a sfiorare i 53 dollari al barile per poi chiudere sotto i 52,2. Si tratta del livello più altro dal 7 marzo. Non è stato certo un aumento vertiginoso. E lo stesso vale per il petrolio Brent, salito durante gli scambi a 56,08 $, massimo da marzo, per poi assestarsi poco sopra i 55 (+27 centesimi).
I prezzi comunque si trovano a livelli più alti rispetto alla media degli ultimi 12 mesi. Qualcosa sta cambiando. Come il volume degli stoccaggi galleggianti nel mondo – i più costosi e dunque i primi ad essere svuotati – che si sta rapidamente riducendo e i segnali di ripresa della domanda negli Usa. Certo, i Paesi esportatori desidererebbero ben altri prezzi, per esempio tra i 70 e gli 80 dollari. Ma l’eccesso di offerta, per quanto ridotto, grava ancora sulle quotazioni del greggio. Non è poi escluso che i prezzi possano scendere se i toni e le tensioni tra Mosca e Washington si ammorbidissero.
Al di là delle reazioni emotive, non vi sono motivi per temere un imminente crollo della produzione petrolifera. Innanzitutto perché la Siria è un modesto produttore di greggio e da sei anni la sua produzione è praticamente ferma. In secondo luogo perché nessuna delle potenze regionali del Medio Oriente sembra essere interessata in questo momento ad estendere il conflitto. Tanto meno a scuotere l’industria del petrolio. L’Iraq, alleato di Damasco, controlla saldamente tutti i pozzi centro meridionali, da cui estrae praticamente tutta la produzione. Ed il suo problema, per ora, è di doversi adeguare ai tagli decisi dall’Opec in dicembre quando vorrebbe estrarre di più. L’Iran, dal canto suo, è determinato a rilanciare la sua industria petrolifera, come sta facendo con successo, non a metterla in difficoltà. Solo un conflitto su larga scala, le cui fiamme si estendessero ai Paesi produttori del Golfo Persico, sarebbe capace di far schizzare il prezzo del barile.
Ben inteso, il conflitto siriano ha acuito le rivalità tra le potenze regionali, portando Arabia Saudita e Iran (primo e terzo produttore dell’Opec) a fronteggiarsi in una guerra per procura. L’Iraq, secondo produttore dell’Opec, sostiene Assad. Le monarchie del Golfo, e la Turchia, lo vorrebbero fuori.
Eppure, per quanto il suo curriculum si macchi ogni anno che passa di crimini atroci, i Paesi europei, ma ancor di più gli Usa, sembrano preferire quella linea pragmatica utilizzata finora: quella secondo cui in questo momento rimuovere Assad potrebbe essere più un errore che un vantaggio. L’alternativa di Governo per ora non c’è. Il pericolo sarebbe un coacervo di milizie, di cui molte estremiste. Pronte a colpire tutto e tutti. Anche il petrolio. Dunque il caos.