ItaliaOggi, 8 aprile 2017
In cambio di niente, Parigi versa 20 mld di euro alle sue ex colonie tropicali che, ingrate, ne vogliono molti di più
Va bene chiedere scusa al popolo della Guyana francese, da tre settimane in agitazione, anzi in rivolta contro il governo di Parigi per le condizioni di crisi economica e d’insicurezza del Paese preso letteralmente d’assalto da un esercito di migranti poverissimi che arrivano, a piedi, dal vicino Brasile e su barconi di fortuna- come da noi, nel Canale di Sicilia – dall’altrettanto vicina isola di Haiti.
Va bene chiedere scusa al popolo guaynese se questo può servire a chiudere la trattativa con i manifestanti, che si sono organizzati in squadroni paramilitari con tanto di passamontagna nero e il vessillo «Les 500 Frères contre la délinquance» e per giorni hanno assediato il centro spaziale di Kourou da cui partono i missili Arianne dell’Agenzia spaziale europea (lanci sospesi, si capisce).
Va bene essere abili e diplomatici, ma la ministra dei Territori d’Oltremare (un tempo si sarebbe chiamato ministra delle colonie) Paule Ericka Bereigts, una cinquantenne piccola e volitiva, originaria dell’isola della Réunion (altro territorio d’Oltremare, al largo del Madagascar, nell’Oceano Indiano) che ha fatto la sua brava carriera politica fino a diventare la responsabile del Parti socialiste d’Outre-Mer e poi sottosegretaria «à l’egalité réelle» (che da noi si direbbe: alla coesione sociale) nel governo Valls fino ad arrivare alla guida del dicastero che si occupa delle ex colonie; ecco, la ministra avrebbe dovuto ricordare ai guaynesi (cui andranno due miliardi e mezzo di euro di finanziamenti aggiuntivi) che questo bizzarro Commonwealth tricolore, questo singolare aggregato di minuscoli paesi caraibici e polinesiani, eredità di un’epoca in cui «la France était un Empire», la Francia era un Impero (che è il titolo del documentario che veniva proiettato in tutte le scuole della Republique fino agli anni ’50, pensate), costa al governo di Parigi, alle casse pubbliche francesi la bellezza di 17miliardi di euro l’anno.
Poco più della metà delle spese militari, del budget dell’Armé de terre de mer et de ciel che arriva a 32 miliardi di euro e non basta neanche a comprare i nuovi aerei, i nuovi carri armati, le attrezzature logistiche e tutto quello che serve alle operazioni antiterrorismo che Parigi ha avviato da anni nello scacchiere dell’Africa sub-sahariana, dal Mali al Ciad al Niger (vedere ItaliaOggi del 3 febbraio).
Più di 17miliardi di euro all’anno in cambio di niente. Altro che chiedere scusa, gentile ministra dei Territori d’Oltremare. Se poi, ai trasferimenti finanziari (che vanno alle comunità e agli enti locali, alle scuole e alla sanità) si aggiungono le «niches fiscales», gli sconti fiscali – sotto forma di deduzioni e detrazioni – concessi a questi cittadini della République che vivono dall’altra del mondo, cantano la Marsigliese e festeggiano il 14 luglio, allora la bolletta che Parigi paga per mantenere i suoi Dom-Tom (Domaines des Territoirs d’Outre-Mer) sale a oltre 20 miliardi di euro.
Lo scopo di tanta generosità erariale è ben descritto nei documenti allegati al bilancio dello Stato: «Contribuer au dévoloppement économique et social et au rapprochement des conditions de vie avec celles de métropole». E quindi: risorse per creare posti di lavoro, migliorare le condizioni di vita degli indigeni, avvicinare il loro tenore di vita ai concittadini della madre patria. Peccato che nessuno di questi obiettivi, dopo anni e anni di erogazioni, sia stato raggiunto.
Per dire, la Guyana ha un tasso di disoccupazione del 22%, più del doppio dello «chomage» in Francia, percentuale che arriva al 46% nelle fasce giovanili. Il costo della vita – bizzarro paradosso – è più alto qui che a Parigi: gli indicatori dell’Insee, l’Istat francese, segnalano un +19% rispetto ai prezzi ponderati della Francia metropolitana. Al punto che i dipendenti pubblici percepiscono una «surrémunération», un bonus mensile per far fronte al caro-vita. Con la conseguenza, anch’essa paradossale (lo fa notare la Banque de France in uno studio dedicato a questi Paesi tropicali), che la massa salariale erogata dallo Stato centrale pesa talmente tanto nel mix delle economie locali che diventa, a sua volta, causa di inflazione e riscaldamento dei prezzi.
Anche le «niches fiscales» hanno avuto (e hanno) un effetto perverso sul sistema economico. Un solo esempio: la defiscalizzazione per l’acquisto di una casa o per la costruzione di un piccolo albergo (tetto a 40 mila euro, pari a un esborso complessivo di 1,2miliardi in media l’anno) ha fatto salire i prezzi dell’immobiliare e creato un eccesso di offerta nel piccolo mercato turistico locale. Forse più che chiedere scusa e mettere mano al portafogli (la Guayana in rivolta ha già fatto sapere che i 2,5miliardi di euro promessi da Parigi non sono sufficienti), forse bisognerebbe rivedere le regole e le leggi che governano questi dipartimenti tropicali. Il Commonwealth inglese è solo un vantaggio per la vecchia Inghilterra. I Dom-Tom costano 20miliardi l’anno. Pour rien, per niente.