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 2017  aprile 06 Giovedì calendario

La mano del generale McMaster dietro la svolta moderata

Ventiquattro ore sono lunghe nell’Era Donald Trump. Ieri il presidente ha eliminato il suo consigliere più militante, Steve Bannon, dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale, su cui il moderato ex generale McMaster ha adesso pieno controllo. Pian piano McMaster ha sostituito gli uomini del suo predecessore, il dimissionario Mike Flynn, isolazionisti pro Putin, con repubblicani di centro severi con il Cremlino, come Fiona Hills. Uscito il focoso Bannon, il Nsc può tornare il tradizionale centro di moderazione della politica estera.
Nelle stesse ore, all’Onu, l’ambasciatrice Nikki Haley ha criticato il sostegno che Mosca si ostina a dare al regime siriano alawita di Assad, mentre le immagini dei bimbi gassati emozionano il paese. I toni ruvidi della Haley ricordano Bush figlio o Obama, non il Trump accomodante della campagna elettorale. Infine, apparendo alla Casa Bianca con il re giordano Abdullah II, anche il presidente ha preso le distanze da Assad, che solo pochi giorni fa il Segretario di Stato Tillerson considerava «inamovibile» da Damasco. L’ex rivale di Trump per la nomination repubblicana, il senatore Rubio, lasciava subito intendere polemico che il dittatore Assad abbia considerato giusto la linea morbida di Tillerson come un via libera al raid criminale.
La guerra civile fra moderati e populisti vede oggi in vantaggio i primi, con la legione dei militanti di destra, capitanata da Bannon, in difficoltà ma certo non spacciata. Alla vigilia del vertice convocato nella sua magione di Mar-a-Lago, in Florida, con il leader cinese Xi Jinping, Trump incontra la realtà. Insabbiato su emigrazione e riforma sanitaria, con il giudice della Corte Suprema Gorsuch che potrebbe essere confermato solo grazie a nuove regole capestro al Senato – inasprendo il clima già avvelenato dalle riforme settarie del democratico Reid -, con il caso Russiagate sempre aperto, Trump comprende, pur controvoglia, che governare è un mestieraccio, senza sorrisi da party a Manhattan.
«Il mondo è un caos, ho ereditato un caos – ha esclamato ieri, con stupore – ma io lo aggiusterò». La battuta contiene l’intera filosofia politica e di comunicazione del presidente a meno di 100 giorni dal giuramento, la sua formidabile forza e la sua, possibile, fragilità. Russia, Siria, Cina, Messico, Europa, Medio Oriente, e il fronte interno sempre turbolento, non si placano con un tweet o con un titolo brillante di Breitbart, il sito che Bannon ha lanciato dopo aver lavorato in Marina e a Goldman Sachs. Quando un problema arriva sul tavolo dello Studio Ovale vuol dire che è intrattabile, senza soluzioni facili, indolori, capaci di compiacere tutti. Bannon aveva promesso guerra al «Deep State», la burocrazia profonda, ma impara a sue spese che si tratta di controlli, «checks», che la Storia, le lobby, la Costituzione, gli interessi di parte, hanno posto alla politica, labirinto di iceberg tra cui il presidente deve navigare accorto, senza macchine Avanti Tutta.
«Aggiusterò tutto io» si vanta Trump, energico per la sua base, rodomonte per gli avversari. Voi non dimenticate la tesi di laurea del generale H.R. McMaster, «Dereliction of duty», tradimento del dovere, 1997: aspra critica dei militari che, in Vietnam, anziché raccontare a Washington come andava davvero sul campo, indoravano la pillola per guadagnare gradi. Un errore che il taciturno Consigliere per la Sicurezza, rare interviste, mai dichiarazioni, non intende ripetere. Vada come vuole, dirà la sua verità a Trump, e così ha ottenuto intanto la poltrona di Bannon. Che resta però consigliere alla Casa Bianca e nell’ombra, scommettendo sulla prossima sfuriata del presidente, prepara la riscossa della destra militante.