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 2017  aprile 07 Venerdì calendario

Angeli & Damien

VENEZIA Ola va o la spacca. Con “Treasures from the Wreck of the Unbelievable” (“Tesori dal relitto dell’Incredibile”), la mostra alla Pinault Collection di Venezia, Damien Hirst si gioca la carriera. Duecento nuove opere, in 55 stanze e due sedi (Palazzo Grassi e Punta della Dogana, a cura di Elena Genua, da domenica prossima al 3 dicembre), nove anni di progettazione, quattro mesi di allestimento e un budget segreto da decine di milioni di euro, compongono la sfida che l’ex Young British Artist (è nato a Bristol nel 1965) lancia al mondo dell’arte. Il progetto kolossal si presenta prima di tutto come un grande racconto. Verità o fake news? Il copione della mostra recita che gli oggetti esposti sarebbero parte della collezione appartenuta duemila anni fa a Cif Amotan II di Antiochia, noto – ma le fonti latitano —, anche come Aulus Calidius Amotan. Il mitico personaggio, uno schiavo liberato, trasportava al largo delle coste africane il suo carico di meraviglie destinate a un tempio del dio Sole. Ma la nave Apistos (in greco “Incredibile”, ovviamente) naufragò, disperdendo il prezioso contenuto. Fino a nove anni fa, quando, se si vuole credere allo storytelling, un gruppo di sub scoprì per caso il relitto e Hirst diventò il principale finanziatore del misterioso recupero. Fotografie e video in loop “documentano” l’impresa. «Tutto dipende da quello che si vuole credere», dice l’artista, che però diserta l’anteprima del suo show.
Nella prima sala di Punta della Dogana trionfano una furia armata che cavalca un orso gigantesco, una tuffatrice senza testa, un medaglione Maya di dimensioni ciclopiche. Ogni oggetto è ricoperto di incrostazioni di corallo e concrezioni marine posticce. Ma è solo l’antipasto. Seguono torsi femminili “di Zeusi di Crotone” (recita l’etichetta), busti di faraoni e di regine egizie, sfingi, vasi, giare, posate, armature, elmi, pugnali, Buddha, teschi di ciclopi in marmo di Carrara, teste di uomini lucertola e minotauri. Attraverso una mitologia ridisegnata a proprio uso e consumo, Hirst inventa una collezione piovuta da un mondo parallelo. Il “falso reperto” diventa opera d’arte “vera”, acquista valore grazie alla narrazione costruita intorno. Si respira un’aria a metà tra il luna park e il grande negozio di souvenir, a cui rimandano le finte conchiglie che coprono le opere. La bellezza non è un obiettivo. La Grecia classica nel pianeta inventato da Hirst sembra non essere mai esistita. Ma, nella Xanadu dell’artista, non manca l’ironia. A tratti, il gioco di ricostruzione di antichi oggetti cede il passo al kitsch più smaccato o al divertimento con un effetto Disneyland. The Collector with Friend è una scultura con un uomo che tiene per mano Mickey Mouse. Impossibile non pensare a Jeff Koons e alle sue citazioni pop. Tra scorpioni e gatti compare un robot transformer. Più avanti, ci saranno anche Pippo e Mowgli che gioca con l’orso Baloo: sono i resti del tempo che verrà? In un crossover di culture che sa di videogame, la dea Kali sembra Lara Croft che combatte contro l’Idra.
A Palazzo Grassi, siamo in pieno fantasy e si rialza la posta. Ad accogliere i visitatori nell’atrio, c’è un demone di diciotto metri che sfiora il soffitto. La sua testa è rotolata sul pavimento. Si ripetono, in scala ridotta, opere già viste a Punta della Dogana. Il gioco rischia la ripetitività, che pure è parte essenziale di un progetto estremo. Trionfano l’oro delle monete e l’argento delle statuine; la giada dei Buddha e la malachite della testa di Medusa. Bust of the Collector non è che un autoritratto in cui Hirst si vede attaccato dalle incrostazioni marine come i suoi stessi finti reperti. Nella sala 23, i disegni di opere viste prima svelano il backstage di tutto e citano Leonardo.
Ci saranno un prima e un dopo questa mostra. Perché, tra fiction e non fiction, di vero c’è che per Hirst Treasures sarà il suo Titanic o la sua rinascita. Dopo lo squalo tigre in formaldeide, venduto nel 2004 per 8 milioni di dollari, dopo l’asta record del 2008 da Sotheby’s, dove accumulò 111 milioni di sterline nella stessa notte in cui falliva la Lehman Brothers, le quotazioni dell’ex Young British Artist sono precipitate. Troppe opere in circolazione (un migliaio soltanto la serie degli Spot Painting) hanno finito per inflazionare il mercato e scoraggiare i collezionisti a sei zeri. Dal 2009 le vendite annuali si sono ridotte del 93 per cento: circa un terzo dei suoi lavori è rimasto in magazzino. E anche For the Love of God, il teschio fuso in platino con 8601 diamanti (valore 50 milioni di sterline), nonostante il battage pubblicitario non ha mai trovato un vero acquirente, se non l’artista stesso con un consorzio. In più, lo scorso dicembre, è ufficialmente fallito il progetto di realizzare un villaggio ecofriendly di 750 case a Ilfracombe, località marina del North Devon, che aveva già accolto nella sua baia Verity, la scultura che ritrae una donna incinta semisezionata con tanto di feto in vista.
Insomma, Hirst va a caccia della consacrazione riuscita al rivale Jeff Koons che, vendendo uno dei suoi Balloon Dog (58 milioni di dollari nel 2013), è diventato l’artista vivente più quotato. Il britannico ci prova con il patrocinio di François Pinault, re di tutti i collezionisti, padrone di casa a Punta della Dogana e a Palazzo Grassi e proprietario di Christie’s.
Ça va sans dire: i tesori del mitico Amotan e della nave Incredibile saranno di nuovo dispersi. Non in mare, ma in lotti. Già si parla di prezzi che oscillano tra i 500 mila e i 5 milioni di dollari. È il mercato, bellezza.