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 2017  aprile 07 Venerdì calendario

Xi prova a scoprire il vero Trump

DA ieri sera Donald Trump sta passando il suo esame di maturità. In questo caso l’esaminatore si chiama Xi Jinping, il secondo leader più potente del pianeta, che nell’hotel resort di Mar-a-Lago sottopone il “metodo Trump” a un test cruciale. Di quale metodo si tratta? Restando solo sul terreno della politica estera, finora il presidente americano si è distinto per le provocazioni, le fughe in avanti, le proclamazioni simboliche. Spesso, dopo avere minacciato o insultato a distanza un leader straniero, Trump ha fatto retromarcia e ha dissipato la tensione in occasione di incontri personali. Xi vuole capire prima di tutto se questo sia lo stile del personaggio: impulsivo e roboante su Twitter, sorridente e giovale nei faccia a faccia. Vuole capire anche chi sia davvero al timone, in una squadra Trump destabilizzata da guerre tra fazioni, lotte intestine, siluramenti improvvisi (vedi Stephen Bannon allontanato dal National Security Council, ancorché rimasto alla Casa Bianca come consigliere).
Il primo dossier ad altissima tensione è la Corea del Nord. Prima ancora di evocare – molto genericamente – la possibilità di un intervento armato in Siria, Trump lo aveva già fatto a proposito di Pyongyang. Alla vigilia dell’arrivo di Xi gli aveva mandato una sorta di ultimatum: risolvete la questione nordcoreana, altrimenti ci penseremo noi. Con un attacco unilaterale? E nucleare? Anche in quel caso, Trump era rimasto sul vago. Vantando quella vaghezza come una sorta di maestrìa tattica: non bisogna scoprire le proprie carte, bisogna tenere gli interlocutori nell’incertezza, fargli paura per massimizzare il risultato. È presto per dire se quel metodo irrituale possa rivelarsi produttivo. Di certo è uno shock per i cinesi, abituati ad una diplomazia americana felpata, paziente, accomodante, quasi “confuciana” come la loro (salvo gli occasionali rimbrotti sui diritti umani). Per anni Washington – sotto Clinton, Bush, Obama – ha chiesto con le buone che la Cina addomesticasse il tirannico regime di Pyongyang. Risultati: zero. Trump ha ventilato la possibilità di imboccare la strada opposta. Ha sottoposto Xi a una doccia scozzese. Prima lo ha provocato su Taiwan lasciando balenare la possibilità di uno strappo inaudito e cioè il riconoscimento di “due Cine”. Poi si è rimangiato la provocazione, «su richiesta di Xi», gesto che vuol far pesare come una concessione e un favore al suo ospite in Florida. Ora siamo alla minaccia di un attacco su Pyongyang che ovviamente sconvolge i cinesi. In subordine c’è la possibilità di varare sanzioni economiche contro tutte le aziende cinesi che fanno affari col regime nordcoreano. E anche questa sarebbe una ferita nelle relazioni bilaterali.
Lo stesso metodo si è visto in azione sull’altro tema scottante del vertice, il commercio bilaterale. In campagna elettorale Trump arrivò a dire che la Cina «stupra» l’economia americana. Ha evocato dazi doganali fino al 45%. Sarà stato anche questo un bluff, dal quale Trump prevede di ottenere concessioni corpose? Lui intuisce una verità innegabile: con 350 miliardi di attivo commerciale verso gli Stati Uniti, e un protezionismo cinese già in atto da molti anni contro le merci straniere (oggi i dazi di Pechino sono dal triplo al quintuplo di quelli americani), la Cina ha molto più da perdere se si arriva davvero a una resa dei conti. Xi porta con sé il consueto omaggio di investimenti miliardari in aziende americane, compreso un contributo a quelle grandi opere infrastrutturali che sono una priorità di Trump. Il presidente Usa potrebbe accontentarsi: prendere per buoni i regali preconfezionati da Xi (per quanto non dissimili da quelli che il leader cinese presentò a Barack Obama), “dichiarare vittoria”, e glorificarsi presso il suo elettorato. È un gioco che prima o poi mostrerebbe i suoi limiti. All’estero, perché i leader del mondo intero si farebbero l’idea che Trump abbaia ma non morde. In patria, perché i tweet presidenziali e le fake-news dei media amici non riusciranno sempre a occultare un bilancio deludente.
In modi molto diversi quanto è diversa la natura dei loro sistemi politici, Trump e Xi hanno un imperativo identico: primo, non perdere la faccia.