la Repubblica, 7 aprile 2017
Ma nessuna mossa può ignorare l’«ombrello» russo che copre Assad
BEIRUT Non più tardi di una settimana fa sembrava che la guerra siriana potesse finalmente lasciare spazio ad una vera tregua e la tregua rafforzare il negoziato per una soluzione pacifica del conflitto. Oggi, mentre Trump medita di ricorrere alle armi per punire Assad, accusato quasi all’unanimità dall’Occidente di aver ordinato il disumano bombardamento chimico di Khan Shaykhun, nella provincia di Idlib, uccidendo un centinaio di innocenti, compresi molti bambini, quello stesso conflitto rischia di diventare più esteso, più grave e più imprevedibile.
Eppure si combatte già da quasi sei anni, se si eccettuano i primissimi mesi quando la protesta anti regime aveva ancora le dimensioni e i connotati di un problema di ordine pubblico non diverso, apparentemente, da quanto succedeva nella altri capitali arabe sconvolte dalla Primavera. Ma evidentemente qualcuno non è interessato a mettere un punto fermo a questa guerra che ha già divorato centinaia di migliaia di vite umane e provocato otto milioni di profughi, fuori e dentro la Siria.
Così, per quanto possa sembrare paradossale, siamo già ai ricorsi. Vittorie e sconfitte non sono durature. Il ciclo della violenza sembra inesauribile. Tre anni e mezzo dopo il bombardamento con missili muniti di testate chimiche contro alcuni quartieri della Goutha, l’hinterland di Damasco, che ha provocato 1400 morti, ecco un altro sconsiderato attacco chimico contro la popolazione civile. Ed ancora il mondo è costretto con il fiato sospeso in attesa che le capitali occidentali decidano la risposta da dare ad Assad.
Ma con una differenza fondamentale. Tra i protagonisti della scena siriana, in quell’agosto del 2013 e nelle settimane che seguirono, non c’era la Russia di Putin che dall’ottobre del 2015, approfittando del vuoto d’iniziativa politica e di presenza sul terreno creato dalla titubante Amministrazione Obama, ha stabilito un’importante base militare nei pressi di Latakia, con decine di aerei da combattimento, centinaia di truppe speciali, un sistema di intercettazione e comunicazione totalmente autonomo e una copertura missilistica affidata al più sofisticato dei sistemi antiaerei (e antimissile) che esista, il cosiddetto S400. Tutto questo non soltanto ha permesso al presidente siriano, Bashar el Assad, di rimanere al potere quando sembrava ad un passo dal crollo ma, con l’aiuto di altri alleati come l’Iran e le milizie sciite libanesi (Hezbollah), irachene e afgane, e quel che restava dell’esercito siriano rimastogli fedele, il Rais ha potuto ribaltare le sorti della guerra. Non a caso è stato il ministero della Difesa di Mosca a fornire la versione alternativa, ma per Putin unica e veritiera del massacro di Khan Shaykhun: non un bombardamento deliberato con ordini muniti di gas sarin, ma un bombardamento con armi convenzionali contro una base dei ribelli, i quali nel loro arsenale custodivano armi chimiche che, colpite dall’aviazione siriana, hanno rilasciato la nube tossica che ha provocato la morte di cento persone. (Va detto che nella zona di Idlib, l’ultima trincea della rivolta armata contro Assad – a parte Deir az Zor, in mano allo Stato Islamico – coesistono formazioni del Libero Esercito con l’ex Fronte al Nusra, costola di Al Qaeda, riuniti sotto le insegne del gruppo Hayat Tahrir as Sham. Nome nuovo stesse radici).
Versione che il ministro degli Esteri siriano, Muhallam, ha a sua volta accreditato aggiungendo un’altra concessione all’alleato russo: la disponibilità di Damasco ad accettare una commissione d’inchiesta sui fatti di Khan Shaykun a condizione che si tratti di un’indagine indipendente e “non politicizzata”, vale a dire, supponiamo, tecnica e che parta da Damasco e non dalla Turchia.
Inutile sottolineare che quella dell’indagine indipendente sul bombardamento era stata la richiesta avanzata da Putin sin dal primo momento. Richiesta che il presidente russo ha ripetuto in una telefonata al premier israeliano Netanyahu che ha avuto il tono di un rimbrotto. A Netanyahu, Zar Vladimir, ha rimproverato in sostanza che è «inaccettabile lanciare accuse infondate contro qualcuno prima che venga svolta un’inchiesta particolareggiata ed oggettiva».
È la Russia, in sostanza, dettare la linea, permettendo all’alleato siriano di sopravvivere militarmente non soltanto con l’impiego della sua aviazione e della sua tecnologia bellica ma anche con le proprie idee su come debba essere organizzato un esercito in guerra, seppure in un conflitto anomalo come la guerra civile siriana. Guerra civile che, poi, nell’immaginario di Putin, diventa semplicemente la “guerra al terrorismo”. È la guerra al terrorismo che avvicina Putin ad Assad: il timore che quelli che vogliono distruggere la Siria, possano anche colpire la Russia, oggi a Damasco, omani a San Pietroburgo.