Corriere della Sera, 7 aprile 2017
Il film che fa infuriare Marine Le Pen
Detto tra amici suona intimo e accogliente, scandito a un comizio diventa ostile e minaccioso. Perché «Chez nous» è lo slogan dei militanti della destra estrema francese («On est chez nous»), l’equivalente di «padroni a casa nostra» di leghista memoria.
E Chez nous (dal 27 aprile nelle sale) è il titolo che ha infiammato la Francia fin dal trailer. Perché nella rovente campagna elettorale in corso, il film di Lucas Belvaux è una pietra scagliata contro il Front National. E la sua leader Marine Le Pen, che qui si chiama Agnès Dorgelle, ma il cui maquillage non lascia dubbi sull’identità: bionda, stesso taglio di capelli, stessa aria dura e volitiva. Una copia conforme costata a Catherine Jacob, sua interprete, insulti e minacce sul web. «La somiglianza è intenzionale – ammette Belvaux – come nel film lo è il parallelo tra la radicalizzazione politica di alcuni e quella religiosa di altri. Due forme di fondamentalismo nate entrambe dalla paura dello straniero, del diverso».
Scomode verità che si intrecciano con altre: in che modo l’estrema destra si innesta in un territorio provato dalla crisi economica e morale, gli slogan vuoti con cui incanta la gente semplice, le tecniche manipolatorie per reclutare i volti nuovi necessari a una rispettabilità di facciata. Così Pauline (Émilie Dequenne), infermiera benvoluta da tutti, come tutti delusa dalle istituzioni, viene avvicinata dall’anziano dottor Berthier (André Dussolier), che la conosce fin da bambina. Facendo leva sul malcontento diffuso – siamo nel profondo nord della Francia – sulla disoccupazione, i negozi che chiudono, gli stranieri che portano via il lavoro, il medico la convince a candidarsi come sindaco.
Un ruolo che le permetterà di alleviare la sofferenza della gente, di migliorare la loro vita. «Lusinghe che fanno leva sull’emotività, le radici cristiane da difendere contro altre fedi, una comunità stravolta dall’urbanizzazione selvaggia, spaventata da un mondo che cambia velocemente, da un progressivo impoverimento. Tutto questo determina una perdita d’identità culturale che mette gli uni contro gli altri. E dalla solitudine si passa al risentimento, dal risentimento alla paura, dalla paura all’odio».
Pauline si lascia sedurre, viene iniziata ai segreti della campagna elettorale. Le tingono i capelli dello stesso colore della leader maxima, impara come muoversi e parlare «mai usare termini razzisti, basterà dire “gentaglia” e tutti capiranno».
La sua vita cambia radicalmente, il padre comunista taglia i ponti con lei, alcuni amici si allontano. Capirà troppo tardi di essere solo una marionetta da manovrare secondo direttive superiori, dietro cui si muovono forze oscure e violente di stampo paramilitare. «È ciò che succede in Francia ogni giorno, ma è anche una marea che dilaga in tutta Europa – assicura Belvaux —. L’obiettivo del film, politico sì ma non militante, è denunciare le insidie del populismo, svelare i meccanismi con i quali riesce a conquistare un così grande consenso, soprattutto nelle classi meno abbienti, compresi molti figli e nipoti di quelli immigrati che si vorrebbero cacciare».
L’elettorato che un tempo trovava il suo riferimento nei partiti tradizionali. «Il crollo delle ideologie ha creato il qualunquismo, la sinistra è diventata autoreferenziale, ha perso il contatto con la gente comune. Ha dimenticato chi lavora, chi patisce. Non essendoci più idee né ideali si punta alla “pancia”, si evocano fantasmi di demagogia e totalitarismo. Si prendono candidati alle prime armi, che non hanno esperienza, manipolabili dal capo sommo, che pensa e decide per tutti. Suona familiare anche da voi?».