Corriere della Sera, 7 aprile 2017
Rosa e Olindo, 7 nuovi indizi. «Il processo può riaprirsi»
«Se l’inferno esiste davvero deve assomigliare molto a ciò che ho visto quella sera». Il maresciallo dei carabinieri Luciano Gallorini la raccontò così.
Successe l’11 dicembre 2006, a Erba, nel Comasco. Quattro morti, tracce di sangue e di ferocia ovunque, fra i cadaveri un bambino di due anni con la gola tagliata abbandonato sul divano mentre la casa bruciava. E sul pianerottolo un uomo in fin di vita, Mario Frigerio, salvo soltanto perché chi l’ha sgozzato l’ha creduto morto, e diventato poi il testimone oculare di quella mattanza.
Sono passati quasi undici anni e tre gradi di giudizio. Per i giudici gli autori della strage furono Olindo Romano e sua moglie Rosa Bazzi, i vicini di casa delle vittime condannati tutti e due all’ergastolo in via definitiva. Eppure c’è chi è convinto della loro innocenza, chi sostiene che sia tutto da rifare.
Ci credono più che mai da ieri gli avvocati di Olindo e Rosa – Fabio Schembri, Luisa Bordeaux e Nico D’Ascola – che hanno avuto dalla Cassazione la risposta attesa per anni. I giudici della Corte Suprema in sostanza hanno deciso che non è vero, come sostengono i magistrati dell’appello, che non sia ammissibile l’esame di sette reperti fin qui mai esaminati. E hanno rimandato indietro l’ordinanza bocciata chiedendo ai colleghi di Brescia (della Corte d’Assise d’appello, appunto) di rivalutarla.
«Adesso aspettiamo le motivazioni ma questo annullamento si fonda su una norma, quindi escludo che una volta tornato in appello il nostro ricorso possa essere bocciato di nuovo» è convinto l’avvocato Schembri. «In sostanza è come se la Cassazione avesse ordinato direttamente l’ammissibilità delle nostre richieste».
Il che significa, precisa Schembri, che «faremo finalmente accertamenti scientifici sui capelli trovati addosso al piccolo Youssef, su un mazzo di chiavi che non sappiamo dire che cosa aprono e di chi sono, su un accendino, sui giubbotti delle vittime, sul cellulare mai analizzato di Raffaella Castagna (la madre di Youssef, ndr ), su un’impronta di scarpa trovata su un cuscino...». Insomma: su molti dei reperti che ovviamente fanno parte del «caso Erba» fin dall’inizio ma che proprio per il fatto di non essere mai stati esaminati sono «nuovi» e quindi possono essere motivo di revisione del processo. Sempre che l’esito degli accertamenti porti nella «direzione giusta», che per gli avvocati di Olindo e Rosa significa verso la possibile presenza di altre persone sulla scena del delitto.
«È chiaro che per noi tutto questo è l’anticamera della richiesta di revisione» spiega Schembri. «Ma il ricorso l’abbiamo fatto al buio, non sappiamo a quali esiti andiamo incontro. Per noi è una questione di giustizia finora negata e chiediamo che l’esame avvenga con l’incidente probatorio perché possano partecipare tutte le parti in causa».
Tutto questo mentre è pendente da circa tre anni un altro ricorso per Olindo e Rosa, stavolta alla Corte dei diritti umani di Strasburgo.
Nel frattempo è morto Mario Frigerio, il testimone oculare che dopo l’aggressione visse il resto dei suoi giorni portando addosso i segni della mattanza di quella sera. Sua moglie Valeria, colpevole come lui di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, morì accoltellata da Rosa mentre Olindo tagliava a lui la gola. Questo dicono fin qui le sentenze. E dicono che i due avevano appena ucciso senza pietà Youssef, Raffaella e la mamma di lei, Paola Galli.
Olindo e Rosa ammisero tutto, poi ritrattarono. I loro avvocati parlarono di confessione «illegittima», insinuarono che il testimone fosse stato indotto a fare il nome di Olindo. Ma Frigerio in aula guardò negli occhi il vicino e gli puntò il dito contro. «Sei stato tu, disgraziato».