Corriere della Sera, 7 aprile 2017
Stop nel cantiere all’espianto di 43 ulivi. Bloccato il gasdotto da quattro miliardi
Il fronte dei No Tap ha guadagnato altri 13 giorni: fino al 19 aprile nessun altro ulivo potrà essere espiantato per far posto al microtunnel che rappresenta la porta d’ingresso, in Puglia, del Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto (valore stimato di 4 miliardi) che arriverà in Italia dal Mar Caspio. Ieri, infatti il Tar del Lazio ha accolto l’istanza della Regione Puglia per l’annullamento, previa sospensione, delle note del ministero dell’Ambiente con le quali veniva dichiarata pienamente ottemperata la prescrizione A44 (quella, tra le 66 previste, che fa riferimento al ripristino ambientale), in pratica il via libera ai lavori preliminari. Il Tar ha così sospeso l’efficacia dei provvedimenti in attesa della discussione dell’istanza cautelare fissata per il 19 aprile. Fino ad allora i 43 ulivi rimasti nell’area del cantiere (dei 211 complessivi da espiantare e successivamente ricollocare lungo il tracciato del microtunnel) non potranno essere toccati.
Il fattore tempo, in questa vicenda, è fondamentale: il trasferimento degli alberi dovrà essere completato entro aprile. Da maggio a ottobre, infatti, gli ulivi in stato vegetativo potrebbero non sopravvivere al reimpianto. E così i manifestanti, con lo slittamento a novembre, guadagnerebbero 6 mesi di tempo. Che andrebbero ad aggiungersi al rinvio, già ottenuto, di un anno: ad aprile 2016, infatti, i lavori non iniziarono perché l’approvazione della Regione Puglia fu solo parziale. Si dovette così aspettare fino a novembre e scavallare al 2017 in attesa delle analisi fitosanitarie e dei via libera alle procedure tecnico-amministrative. E adesso resteranno, al massimo, 11 giorni di tempo per spostare gli ultimi 43 ulivi. Che, secondo Tap, «necessitano urgentemente di cure». Lo slittamento di 6 mesi pare, allo stato attuale, l’unico obiettivo concreto degli attivisti, al di là della soddisfazione manifestata ieri per la decisione del Tar. Nel decreto è infatti evidenziato che «le modalità di realizzazione (dell’opera, ndr ) debbono ritenersi definitivamente approvate ma con puntuali misure di mitigazione dell’impatto ambientale», ovvero la prescrizione A44 da cui tutto è partito. Anche il Tar evidenzia il nodo dei tempi: nel decreto sono sottolineate le «scadenze stagionali da rispettare».
Gli attivisti, in realtà, non hanno alcuna intenzione di fermare l’attività di protesta. E il loro fronte si è arricchito negli ultimi giorni di ambientalisti arrivati da tutta Italia, NoTav compresi. Circostanza che ha allarmato il comandante della Polizia locale di Melendugno, Antonio Nahi, che su Facebook si è detto «indignato e amareggiato» perché «personaggi giunti da varie parti d’Italia hanno dissacrato il territorio abbattendo un muro millenario per farne una sorta di barricata e impedire ogni transito veicolare: non abbiamo bisogno di questa gente che si è appropriata in maniera inqualificabile di una lotta civile».
Michelangelo Borrillo
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Perché la moltiplicazione delle posizioni rende vana ogni decisione
Niente Tap, lo vuole il Tar che già si era espresso sul Triv senza però aver bloccato la Tav. Ma che tristezza, ora che la vicenda del gasdotto che con il suo tratto di otto chilometri in Puglia potrebbe migliorare l’indipendenza energetica dell’Italia, che ha un impatto ambientale pari a quasi zero, che porta lavoro pulito e occupazione sana entra nel pantano degli eterni rinvii italiani. Il rischio di un altro fallimento, l’ennesimo. E di una soluzione all’italiana. Dove «all’italiana» non significa l’arte di arrangiarsi e di piegare le cose con furbizia, ma significa finire nel pozzo dell’eterno immobilismo, dove trionfano i cavilli, i Tar che giocano ad allungare i tempi all’infinito, a fare in modo che in Italia non si possa fare mai niente di utile e di sensato e per cui gli stranieri scappano, gli investimenti del mondo girano le spalle. Che condanna, che tristezza.
Gioiscono i NoTap, quelli che hanno deportato i bambini in piazza davanti alla polizia schierata (non è nato ancora il movimento «no bambini usati come scudi dagli adulti»). Gioisce la Regione Puglia che con piglio masochistico è felice del ribaltamento della sentenza del Consiglio di Stato e ha deciso di scatenare la guerra santa contro un tubo interrato di otto chilometri. Un tubo, per dirla con rozza semplicità, che copre migliaia di chilometri e attraversa numerosi Paesi ma che appena arriva in Italia va a cozzare contro il fronte del cavillo, alimentato da un’ideologia nullista che dice di No a tutto, a prescindere, contro ogni ragionevolezza.
Dicono: con l’interramento di questo tubo che non avrà altre conseguenze sull’aria della Puglia e dell’Italia verranno espiantati poco più di duecento ulivi. Ma non dicono che questi ulivi, ricoverati per tutto il tempo della messa in opera del gasdotto, saranno reimpiantati con tecniche già collaudate e ripetutamente usate. Dicono che uno sfregio come l’espianto (provvisorio) degli ulivi non può essere accettato da chi ha a cuore le sorti della Puglia e del suo meraviglioso ambiente. Ma non dicono che pochissimo tempo fa la Regione Puglia non ha avuto niente da eccepire sull’espianto di un migliaio di ulivi per far passare i tubi dell’Acquedotto pugliese. E perché allora tacquero, non fecero i blocchi stradali, non ricorsero al Tar sempre pronto ad emettere le sue sentenze di cui l’Italia discute?
Ma questo è già il merito della questione. Si può essere pro o contro il gasdotto, come sempre. Ma la specialità italiana è la moltiplicazione dei pareri che si contraddicono, che vanificano ogni decisione, che fanno slittare i tempi per arrivare all’eternità sempre con lo stesso risultato: il nulla più assoluto.
Questo è il vero caso italiano. Un groviglio di norme, cavilli, commi, articoli, sottoarticoli, eccezioni che rendono disperante in Italia qualunque iniziativa. Il tutto nutrito da un’ideologia che considera qualsiasi innovazione industriale come un attentato alla salute pubblica, anche se l’impatto ambientale è stato ampiamente studiato, valutato. Ma in Italia non esiste l’idea che qualcosa venga deciso, dopo dibattiti, studi, nel rispetto assoluto delle regole e che poi questa decisione venga rispettata con un minimo di affidabilità e di credulità.
C’è sempre un Tar che in contrasto con un altro Tar a sua volta in contraddizione con un terzo Tar farà cadere tutto nel pozzo senza fine delle controversie. Solo in Italia succede così, c’è la denominazione di origine controllata su una pratica di cui deteniamo il copyright. Che tristezza, l’ennesima occasione persa. L’ultima palude.
Pierluigi Battista