il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2017
Il Brady, l’utopia sbilenca del cinema per tutti (dai clochard alle prostitute)
Michel è un pensionato sulla settantina, che viene spesso insieme alla moglie. Una sera lei esce dalla sala nel bel mezzo del film. ‘Non si sente tanto bene, vado a prendergli un ricostituente’. E la vediamo tornare con tre litri di bianco. Altri più previdenti arrivavano già muniti di bottiglie, damigiane e lattine di birra”.
Cose di ordinaria amministrazione al Brady, un cinema parigino come nessun altro: film derelitti sullo schermo, almeno per i crismi della politique des auteurs; spettatori derelitti in platea, almeno per i canoni borghesi. Serie Z proposta senza soluzione di continuità, clochard, prostitute e marginali accomodati sulle poltroncine, e proiezioni involontariamente in Odorama: sudore, piscio, e sperma per contorno. Eppure, si sbaglierebbe a negare un’organizzazione al caos, “ci sono pur sempre delle regole da rispettare: i barboni nelle prime file; di lato, sulle poltrone singole, chi vuol essere lasciato in pace; al centro chi capita; dietro quelli che vengono per rimorchiare”.
Al Brady la cinefilia ha trovato la definitiva trasformazione di stato: se tutti, o quasi, siamo capaci di amare il cinema, quanti possono dire di aver fatto l’amore con il cinema? Oltretutto, il Brady non era una sala porno, sebbene la promiscuità fosse di casa: dove altro potreste trovare programmati insieme Schiava di Satana, Harry Potter e Scopami – Baise moi? Un sandwich col maghetto, l’erotismo che mette in mezzo bacchetta e bacchettoni, quella serie B che sfodera attributi che “corrispondono bene al pubblico del Brady: popolare, a basso budget, disprezzato, fuori moda, brutto, degenerato, ridicolo, strano, trasgressivo”. Se oggi “film per tutti” evoca il lasciapassare della censura, dunque l’omogeneizzazione poetico-stilistica al gusto imperante, il Brady è il “cinema per tutti”, il buen retiro degli esclusi, ovvero “un’accozzaglia eteroclita di persone: poveri, immigrati, disoccupati, tossici, anziani, omosessuali, delinquenti, senzatetto, malati mentali, handicappati fisici…”. A tornarvi è uno che lo conosce bene, avendo ricoperto dal Duemila i ruoli di proiezionista, cassiere, factotum, e che in quel microcosmo al civico 39 del boulevard de Strasbourg ha rinvenuto l’inchiostro vivo per esordire alla letteratura.
Classe 1973, natali bulgari e apprendistato transalpino, Jacques Thorens (ogni riferimento al Jack Torrance di Shining non è puramente causale) firma un memoirche si legge tutto d’un fiato, anzi, si manda giù come un bicchiere di quello buono ma economico: Il Brady. Un’utopia sbilenca e stracciona, eccelsa e alchemica, dove spettatori e spettacoli ci riconsegnano una settima arte al cubo: il clochard Django
che prima di Harry Potter chiede se “nemmeno un pompino piccolo piccolo” sia consentito in sala; “i western greci tutti in rosso, affetti dalla sindrome dell’aceto”, ovvero deteriorati ma ugualmente proiettati; quel proprietario mitologico di Jean-Pierre Mocky; i titoli più che improbabili, da Dr. Jekyll and Sister Hyde a Le vergini cavalcano la morte; la gioiosa consapevolezza che nei film degli “Anni Settanta ogni scusa era buona per tirare fuori le tette”.