il Fatto Quotidiano, 5 aprile 2017
Banda larga, come sprecare denaro pubblico e vivere felici
Dicono che all’economia italiana manca la crescita. Ma una crescita impetuosa e inarrestabile non manca mai: quella della vocazione dei boiardi di Stato a buttare via denaro pubblico per compiacere il potente che li ha nominati. Di tanti incroci tra affari e politica, quello tra la banda larga griffata Enel e Telecom Italia è uno dei più assurdi. Infatti ha avuto in questi giorni un esito da opera buffa.
Il numero uno di Enel Francesco Starace (insignito da Matteo Renzi nel marzo 2014) e il presidente della Cassa Depositi e Prestiti Claudio Costamagna (nominato da Renzi nel luglio 2015) hanno impegnato 3,7 miliardi di euro per costruire una rete in fibra ottica migliore di quella di Telecom Italia. L’annuncio, a luglio 2016, lasciava intendere sfracelli. Ma era uno scherzo. Venerdì scorso Costamagna ha detto: “La nascita di Open Fiber ha spinto Telecom a investire molto di più nella fibra di quanto non avrebbe fatto senza la nostra presenza. Loro ovviamente non lo diranno mai ma lo dico io e questo ha portato un beneficio al Paese”. La frase è raccapricciante perché assolutamente vera. È vero che Telecom Italia da anni gioca al risparmio sulla rete Internet perché ancora soffocata dal debito accumulato all’epoca delle scalate. Per spingerla nella giusta direzione Renzi ha incitato Starace (soprattutto) e Costamagna a svenare le aziende pubbliche che, a nome dei contribuenti, gli aveva affidato.
A luglio scorso Starace giurava che alla nuova Enel Open Fiber erano interessati “un sacco di altri potenziali investitori, che stanno facendo la fila”. A novembre la fila non c’era più: “Per Enel Open Fiber non credo ci sarà la necessità di ricorrere ad altri investitori”. Forse hanno smesso di fare a spintoni quando hanno visto i numeri dell’operazione. Infatti il fondo F2i, dopo aver venduto a prezzo salatissimo a Enel e Cdp la Metroweb (piccola pioniera della fibra ottica), aveva promesso di reinvestire il guadagno nel 30 per cento della Enel Open Fiber. A novembre Starace dichiarò: “F2i sta elaborando la sua analisi del nostro piano”. Finita l’analisi F2i ha deciso di lasciar perdere, ma per educazione non lo annuncia.
Nel frattempo è successo di tutto. Telecom Italia ha reagito all’attacco alla sua rete in rame, che in bilancio vale 15 miliardi, in termini umani oltre 20 mila posti di lavoro, in termini di bonus futuri per l’amministratore delegato Flavio Cattaneo una cifra incalcolabile. Open Fiber si svena per portare in 9,5 milioni di abitazioni la fibra ottica con mille megabit di banda, e la speranza di affittare la fibra a un operatore (magari Telecom Italia) che la offra al cliente finale. Telecom intanto porta subito la fibra agli armadietti di strada (cento metri dal portone) e offre ai suoi clienti banda fino a 100-200 megabit. Le prospettive di Open Fiber sono crollate all’istante, infatti Starace ha cambiato il nome togliendo il prefisso Enel.
Il 27 marzo scorso Cattaneo ha annunciato una società apposita, con partner finanziari in maggioranza per non consolidarla nel bilancio Telecom, per investire sulla fibra all’armadietto (Fttc, fiber to the cabinet ) nelle zone bianche, cioè “a fallimento di mercato”, quelle dove la fibra la sta portando Open Fiber a spese dello Stato dopo aver vinto apposita gara sulla quale Telecom ha fatto ricorso, rinunciando alle prossime gare. L’intrigo sta diventando infernale. Le aree bianche sono quelle dove se non interviene lo Stato il mercato da solo non ce la fa ad attrarre gli investimenti tecnologici. Per questo l’Unione europea consente il finanziamento pubblico. Se adesso Telecom investe in proprio, l’Unione europea potrebbe bloccare le gare pubbliche per il finanziamento a Enel della nuova rete.
Grande è la confusione sotto il cielo. F2i – ormai abituata a guadagni come quello fatto rivendendo Metroweb a Starace al 65 per cento più di quanto l’aveva pagata nel 2011 – è stata contattata da Rothschild per entrare nella nuova società di Cattaneo. Costamagna, azionista di minoranza di F2i, ha protestato: “F2i tratta con Open Fiber e non tratta con Telecom”, come se il fondo fosse suo.
E c’è anche il gran finale. Scrive il Sole 24 Ore che Starace e Costamagna, sedotti e abbandonati da F2i, cercano qualche banca disposta a finanziare il loro progetto. Il sottosegretario con delega alle Comunicazioni Antonello Giacomelli tranquillizza tutti, assicurando che anche nelle zone a fallimento di mercato si possono fare due reti a fibra ottica in competizione.
Il presidente di Open Fiber Franco Bassanini, anche nella veste di ex presidente Metroweb, ex presidente di Cdp ed ex consigliere di Renzi per la banda larga (“non vedo contraddizioni, Metroweb sta dalla parte del governo”, ah ecco, peccato che sia privata), ha smentito Giacomelli lo stesso giorno, per di più in inglese. Ha ammesso che ci sono solo 10-12 città italiane dove possono sopravvivere due reti in fibra, e ha concluso “therefore, we should envisage” o una “agreed or de facto partition of the territory” (spartizione del mercato, avvertite l’Antitrust). Oppure “an agreement between Open Fiber and the netco of Telecom Italia, to merge both network companies”, cioè una fusione tra le due reti per coronare il vecchio sogno di Bassanini, una rete unica e pubblica. Telecom non ne vuol sapere, ma l’importante è continuare ad animare i convegni, in Italia e all’estero. Poi un giorno diranno ai contribuenti quanto gli è costata questa commedia.