il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2017
La morte come propaganda 150 anni di terrore russo
Dalla Russia con terrore. “Il terrorista è nobile, terribile, irresistibilmente affascinante perché combina su di sé due sublimi vette della grandezza umana: il martire e l’eroe. Dal giorno in cui giura, dal fondo del cuore, di liberare il suo popolo e la sua patria, sa che è votato alla morte”: sembrerebbe un editto del califfo Abu Bakr al-Baghdadi, il capo dell’Isis, per elogiare il sacrificio dei kamikaze mandati a seminare morte e terrore in Occidente e nella Russia putiniana intervenuta in Siria. Invece sono parole scritte nel 1863 dal russo Sergej Michajlovic Kravcinskij, nato in Crimea, figlio di un medico militare e di una nobildonna, nel saggio La Russia sotterranea. Con l’anarchico italiano Enrico Malatesta elaborò la teoria della “propaganda col fatto”. Poiché nell’impero zarista non è possibile fare politica socialista in modo legale, poiché la libertà d’opinione e di stampa non c’è, poiché comunque operai e contadini, coloro ai quali la propaganda socialista dovrebbe essere rivolta, sono in gran parte analfabeti, occorre agire in “modo rivoluzionario”, anche “violento”. Per dimostrare alle masse che ci si può ribellare. Colpendo obiettivi clamorosi e simbolici. Come teorizzava Sergei Necaev, autore del Catechismo del rivoluzionario (1869), il primo a promuovere la distruzione “la più implacabile” quale dovere del terrorista. E del resto, l’Ochrana, la polizia segreta russa, fu la prima al mondo ad avere una sezione contro il terrorismo.
Il 4 agosto 1878 Kravcinskij uccide in un attentato Mezencev, il capo della III sezione della polizia russa, quella che si occupa dei reati politici. Due giorni prima, a Odessa, erano stati impiccati alcuni rivoluzionari vicini al gruppo Zemlija i Volja (Terra e Libertà). L’attentato pare l’immediata ritorsione alla feroce repressione zarista. E infatti, pochi giorni dopo arriva la rivendicazione, tramite opuscolo intitolato Smert’ za smert, morte per morte. Meccanismo che ancor oggi è riprodotto dai jihadisti.
L’autocrazia bianca (zarista) prima e quella rossa (sovietica) poi, genera il terrorismo moderno e la sua deriva leninista-stalinista, ossia il Terrore come strumento di potere e di supporto al regime. Aleksandr Ulianov, il fratello maggiore di Lenin, propugna l’attentato politico per destabilizzare il regime. Sarà impiccato nel 1887, mentre stava progettando l’uccisione di Alessandro III. Il terrorismo diventa una componente “politica”, che sia di matrice nichilista, populista, anarchica, o bolscevica. Quando il moderato ministro degli Interni Loris-Mlikov, un generale, propose il 13 marzo 1881 l’abolizione della servitù della gleba, lo stesso giorno alcuni cospiratori di Narodnaja Volja (Volontà del Popolo) ferirono mortalmente lo zar Alessandro II, mentre rientrava in carrozza a palazzo. Era scampato a 7 attentati. I 5 autori vennero impiccati un mese dopo.
C’era poi quella che i russi chiamavano “l’eccezione cecena”. Cioè un popolo di montagna, musulmano, che resisteva fieramente alla conquista zarista. Il Grande Caucaso fu sempre una polveriera, così come lo sarà il Grande Gioco tra inglesi e russi in Afghanistan e Iran. Aleksandr Puskin, il sommo poeta russo amatissimo da Putin, ammirava quei montanari – leggere Il prigioniero del Caucaso, poema giovanile del 1820 – contrapponendoli all’artificiosità dei russi europeizzati. La missione imperiale e religiosa della Russia aveva uno scopo, scrisse Anna Politkovskaja: dimostrare ai russi che l’ordine veniva ristabilito, costasse quel che costasse. Insomma, una sorta di guerra pedagogica. Lo zar Nicola I lottò quarant’anni contro i ribelli ceceni, sterminio dopo sterminio.
Nel 1944, Stalin con la falsa accusa che avevano collaborato con i tedeschi, fece deportare tutti in tre giorni. Gli uomini mandati a combattere (e morire) al fronte. Un terzo delle donne e dei bambini morirà nelle lunghe trasferte a Est. La Russia post-sovietica ingaggia due guerre. Nella prima uccide un abitante ogni 10, Nella seconda, il doppio. Una valanga di sofferenze che radicalizza chi non vuole finire tra le braccia del fantoccio di Mosca, Ramzan Kadyrov. In cambio della stabilità caucasica e della lealtà a Mosca, il Cremlino chiude gli occhi su corruzione e ruberie. Perché il Caucaso, e alcune ex Repubbliche sovietiche come il Kirghizistan e il Tagikistan, sono polveriere. Pronte a esplodere.