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 2017  aprile 06 Giovedì calendario

Frustata per i vestiti all’occidentale. «Non sei come noi, meglio se muori»

PAVIA Botte perché usciva con le amiche italiane e si vestiva come loro. Cinghiate e frustate con il cavo del computer quando rientrava in ritardo; oppure perché indossava jeans strappati, come usa tra le adolescenti. L’educazione della giovane Aisha (la chiameremo così per comodità) – stando alla denuncia della ragazzina e al suo racconto ritenuto attendibile dal Tribunale dei minori – era fatta di punizioni violente e sistematiche: il padre e il fratello, con la complicità della madre, la picchiavano per spegnerne il desiderio di vivere all’occidentale. E più lei cresceva e aveva voglia di spazi e di libertà, più i familiari si accanivano.
Aisha ha 16 anni ed è nata a Pavia. I genitori e il fratello trentacinquenne sono marocchini. Loro sostengono – tramite l’avvocato Pierluigi Vittadini – che i castighi servivano solo per «spronare Aisha ad andare a scuola, visto che non voleva più andarci». Secondo invece la vittima dei «gravi atti di maltrattamento» – parole dei giudici – le violenze erano generate dallo stile di vita, dalle amicizie italiane, dalla non omologazione ai valori dei genitori. Adesso Aisha è stata affidata a una comunità protetta: lo ha deciso il Tribunale dei minori di Milano e lo aveva chiesto lei, il 16 febbraio, agli agenti della Squadra mobile di Pavia. La prima a raccogliere le confidenze della ragazzina, quel giorno, era stata un’assistente sociale del paese della provincia pavese in cui vive la famiglia. È lei che la convince a andare in questura. Ma ecco la ricostruzione della vicenda basata sulla denuncia con allegato un referto medico per contusioni multiple (31 giorni di prognosi).
Sono i primi giorni di febbraio. Aisha si presenta al pronto soccorso dell’ospedale San Matteo: è piena di lividi e escoriazioni. I medici la dimettono prevedendo che occorrerà un mese perché le ferite guariscano. Nessuno immagina che a provocare le contusioni siano stati i calci, i pugni, le frustate dei familiari della ragazzina. Lo racconta lei ai poliziotti. È il 16 febbraio e Aisha svuota gli incubi formato violenza: il fratello che entra in camera e la pesta con un manico di scopa perché è rientrata tardi; il padre che la prende a cinghiate e usa il cavo del computer come frusta; la madre che incoraggia gli uomini di casa non tollerando che la figlia frequentasse ragazze italiane e portasse jeans strappati e vestiti alla moda. «Mio padre non mi chiamava mai per nome ma sempre e solo p...» (l’insulto più offensivo per una donna, ndr) – è uno dei particolari riferiti da Aisha. Le sopraffazioni, dunque. Le violenze fisiche. Un metodo “educativo” che secondo la sedicenne i genitori avevano adottato da sempre: ma negli ultimi anni le tensioni, e le botte, erano peggiorate. «Mi dicevano: “Non sei come noi, se muori è meglio... Vuoi essere come le tue amiche italiane, solo le poco di buono si vestono come te”». Incrociate la denuncia, il referto medico e i racconti di Aisha, i giudici ordinano l’allontanamento dalla famiglia e l’affidamento a una comunità (i genitori e il fratello sono indagati dalla procura di Pavia per maltrattamenti e lesioni). «È necessario tutelare la minore dai gravi atti di maltrattamento di cui si stavano rendendo responsabili tutti i membri della sua famiglia», scrivono nel provvedimento.
Dalle testimonianze della ragazzina emerge un altro dettaglio: le stesse violenze le ha subite, anni prima, anche la sorella più grande. Oggi ha 28 anni ed è sposata con un figlio. C’è anche una sentenza, che parla. Per quei maltrattamenti inferti alla figlia maggiore, la madre era stata condannata nel 2013. Intanto la stessa sorte toccava ad Aisha: questa volta per mano del padre e del fratello. Un contesto familiare complesso, per usare un eufemismo. Si viene a sapere che la famiglia marocchina era già nota ai servizi sociali per problemi economici. E che Aisha, per cercare di sottrarsi all’ambiente nel quale viveva, e forse il più possibile anche dalla marcatura ossessiva dei familiari, aveva cambiato scuola: non più quella del paese dove abitava, ma quella di uno vicino. «È una storia purtroppo ordinaria», ha commentato il procuratore del tribunale dei Minori, Ciro Cascone. «C’entra il fattore culturale e il conflitto tra una ragazzina nata in Italia che vuole vivere come le sue amiche, e una famiglia “tradizionalista” che impone la sua educazione con una violenza fisica e soprattutto morale: il fattore religioso è solo un aspetto di quello culturale».