la Repubblica, 6 aprile 2017
Dall’evasione al cuneo le cinque zavorre che rallentano la ripresa
Cinque zavorre fiscali appesantiscono il passo dell’Italia mentre cerca di agganciare la ripresa. La denuncia della Corte dei conti elenca la pressione fiscale, quattro punti più alta della media europea; il peso di contributi e tasse in busta paga, il “cuneo”, che mangiano la metà dello stipendio; il fardello della burocrazia che alle imprese italiane costa un mese all’anno per gli adempimenti; il forte carico fiscale sulle medie imprese; ed infine la persistente evasione fiscale che mette fuori mercato le imprese oneste.
Gli oneri dimezzano lo stipendio medio ma il taglio è un rebus
È l’argomento del giorno, perché il governo, e anche il ministro dell’Economia Padoan, è favorevole ad un intervento naturalmente tenendo conto delle compatibilità di bilancio.
Secondo i dati del 2015, mutuati dall’Ocse, il cuneo, cioè la differenza tra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore, è del 49 per cento. Un peso che grava dunque sul sistema produttivo e che, inevitabilmente, lo zavorra.
Complessivamente il cuneo fiscale e contributivo italiano eccede di ben 10 punti l’onere che si registra mediamente nel resto dell’Unione europea.
Negli ultimi tre anni l’Italia è intervenuta con misure sul fronte del potere d’acquisto, come il bonus di 80 euro; con tagli all’Ires e all’Irap sul fronte delle imprese; e con la decontribuzione (in esaurimento quest’anno) per favorire le assunzioni a tempo indeterminato. Nel governo si pensa di fare il “tagliando” a questi interventi concentrando risorse su un taglio del cuneo.
Anche se la platea è da definire: redditi sopra i 40 mila euro o solo neoassunti?
Tre nodi da risolvere sommerso, tax gap e Iva non versata
L’evasione fiscale: una questione morale, ma che riguarda anche la competitività delle imprese oneste messe fuori mercato da quelle che non pagano le tasse. La Corte dei conti squaderna almeno tre dati che rilanciano nuovamente l’allarme sul fenomeno che ci pone a livelli ben lontani dagli altri paesi europei. Il primo è il peso del sommerso, l’economia “ombra” che opera nella “clandestinità”: da noi (dati del 2013) è pari al 21 per cento del Pil mentre in Europa è ferma al 14 per cento. Il secondo dato rilevante è quello che riguarda l’evasione in senso stretto, il “tax gap”, cioè le imposte che mancano all’appello in percentuale del gettito potenziale: sono il 24 per cento (dati del 2014). Il terzo riguarda l’Iva (sulla quale tuttavia governo e Agenzia delle entrate negli ultimi tempi hanno alzato il tiro con misure come lo “split payment”): l’Iva non versata rispetto al gettito potenziale, cioè il tax gap di questa imposta, ammonta al 32,2 per cento contro la media europea del 17 per cento.
Le tasse ferme ma a livelli record
Una pressione fiscale monstre opprime l’Italia. Non da oggi: la Corte dei conti ha calcolato che negli ultimi quarant’anni il peso del fisco sul Pil è cresciuto di 17 punti, pari al 67 per cento. Molto, soprattutto se si considera che nel resto d’Europa (i dati riguardano 28 paesi, Gran Bretagna compresa) il rapporto tributi-Pil ha segnato una crescita limitata ad un solo punto percentuale.
L’unico periodo in cui la pressione fiscale italiana si è ridotta è stato il decennio 1995-2005: i governi che si sono succeduti in quegli anni hanno tagliato le tasse di 1,2 punti, mentre in Europa l’alleggerimento è stato di 0,4 punti percentuali. Venendo a tempi recentissimi le cose vanno un po’ meglio, ma una vera inversione di tendenza non c’è stata. La magistratura contabile rileva che, alla fine del 2016, la pressione fiscale in Italia si è collocata al 42,9 per cento del Pil, mezzo punto in meno rispetto a due anni prima, ma questo risultato non ci consente di evitare di collocarci al quinto posto in Europa per peso delle tasse con quattro punti sopra la media dell’Unione europea.
Scadenze e moduli costano alle aziende un mese di lavoro
Non solo una pressione fiscale alta ma anche un esorbitante costo degli adempimenti, cioè del tempo impiegato e delle spese sostenute per il commercialista. Tutto ciò grava sul medio imprenditore italiano e ne fiacca la competitività. Secondo la Corte dei conti l’onere degli adempimenti fiscali nel nostro paese è quantificabile in 269 ore lavorative, il 55 per cento in più rispetto al costo medio in Europa. Il tema è stato più volte oggetto di polemiche da parte della Cgia di Mestre che ha parlato di «tassa occulta» sulle imprese.
Secondo un recente rapporto dell’ufficio studi mestrino quest’anno ci saranno quattro adempimenti più rispetto al 2016. Nel dettaglio una attività artigianale senza dipendenti lungo i dodici mesi dovrà pagare o inviare documentazione 30 volte per onorare altrettante scadenze fiscali. Un semplice negozio, con 5 dipendenti, dovrà bussare alle porte del fisco per 78 volte mentre una piccola impresa industriale, con 50 dipendenti, sarà costretta a sopportare l’onere burocratico per ben 89 volte.
Il peso del fisco che schiaccia le piccole imprese
Piccole imprese piangono. E subiscono in modo particolare il peso delle tasse. Per dimostrarlo la Corte dei conti utilizza il “total tax rate”, indicatore che non si limita a considerare le tasse sul reddito, cioè l’Ires o, nel caso di microimprese, l’Irpef, ma prende in considerazione il carico fiscale complessivo.
Ebbene, se si considera il carico delle tasse societarie, il peso dei contributi e di tasse e imposte indirette, si arriva ad un fardello pari al 64,8 per cento. Si tratta di un dato che è in media superiore di quasi 25 punti percentuali rispetto alla media europea che è ancorata al 40,6 per cento.
Le cifre fornite dalla Corte dei conti sono le più recenti disponibili, relative al 2014, ma bisogna segnalare che, nel frattempo, alcune riduzioni della pressione fiscale sulle imprese sono state realizzate: a partire dalla eliminazione del costo del lavoro dall’imponibile Irap, fino alla riduzione, scattata quest’anno, dell’Ires (la tassa sugli utili societari) scesa dal 27,5 per cento al 24 per cento.