la Repubblica, 6 aprile 2017
L’azzardo infinito di Assad amico di Russia e Iran con il sogno dell’impunità
Non s’era rifatto una reputazione. Questo no. Dopo quasi mezzo secolo di dispotico, insanguinato potere della sua famiglia, Bashar al Assad non poteva pretendere tanto. Ma l’immunità come presidente siriano si era rafforzata.
Nella Siria disintegrata, anche grazie al sostegno russo-iraniano, Assad appariva sempre più una realtà politica indispensabile per arrivare a una soluzione, sia pure remota, per ora non immaginabile. Dopo gli Stati Uniti di Barack Obama che ne volevano la destituzione, senza tuttavia mai agire con la fermezza necessaria per ottenerla, gli Stati Uniti di Donald Trump l’ hanno accettato. Combatteva lo Stato islamico e quindi era utile. Non proprio un alleato ma qualcuno di frequentabile. La Casa Bianca non si preoccupava più dei crimini di guerra e in generale del rispetto dei diritti umani.
Neppure dopo il massacro di Khan Shaykhun, nella provincia siriana di Idlib, martedì scorso, il neo presidente americano ha chiesto la destituzione del rais di Damasco. Per ora si è limitato a esprimere il dovuto orrore e adesso si aspetta di vedere se andrà oltre la condanna al Consiglio di Sicurezza, bloccata dalla Russia. Trump accusa Obama. È un suo tic. Per lui se Assad è inamovibile è colpa di Obama che non è intervenuto nel 2013, nonostante si fosse impegnato, quando c’ è stata un’altra strage con i gas nervini. Trump dimentica di dire che allora ci fu un’intesa tra americani e russi per controllare e distruggere i depositi di gas. Controllo certamente incompleto. E che lui, Trump, giudicò inopportuno un intervento contro Assad.
Medico di professione chiamato dopo la morte del padre e del fratello a diventare il rais di Damasco, Assad è in definitiva un drogato della repressione di cui nessuno osa liberarsi sul serio. Se sono stati i suoi aerei a sganciare i gas sulla zona occupata dagli oppositori, significa che la maggiore stabilità del suo regime, dopo la conquista di Aleppo con l’ aiuto dei russi, non l’ha disintossicato, non l’ha indotto a esibire una certa rispettabilità, essendo ormai solido al potere e con alleati potenti. Non ha saputo osservare un po’ di ritegno nel esercizio del potere meno pericolante.
Al contrario l’ ampio (ma non unanime) sostegno internazionale l’ avrebbe spinto a sfidare l’opinione pubblica mondiale, convinto della propria invulnerabilità, in quanto pedina indispensabile nella lotta contro lo Stato islamico. Gli occidentali hanno bisogno di lui per contenere il terrorismo, cosi come hanno bisogno del maresciallo Sisi al Cairo, per mantenere una certa stabilità nel Vicino Oriente. I diritti umani sono diventati un lusso, Naturalmente Damasco nega, come ha sempre negato, di avere usato i gas nervini. All’obiezione che soltanto il regime di Assad è dotato di aerei per lanciarli, gli alleati russi sostengono che i gas si trovavano negli edifici bombardati, in possesso dei ribelli. Ma le esplosioni delle bombe d’ aereo sui contenitori di gas nervini provocherebbero unicamente ustioni, stando agli esperti, e non l’ esalazione di prodotti tossici che ha fatto quasi cento morti, dei quali venti bambini, e centinaia di feriti. Con chiari segni di asfissia.
Bashar el Assad si è dunque sentito abbastanza forte da poter compiere impunemente la più odiosa delle stragi: sfidando principii giudicati inviolabili, si pensa, o inconfessabili, dai suoi stessi alleati e protettori, russi e iraniani. Secondo i servizi israeliani, di solito ben informati su quel che accade a Damasco, il rais sarebbe stato messo al corrente dell’imminente uso dei gas nervini. E questo proprio mentre erano in corso negoziati e tregue, sia pur destinate a fallire o appena fallite. Se non ci sono state trame ordite ai danni di Bashar el Assad, per minarne l’ affidabilità, resta difficile spiegare perché egli si sia compromesso in una strage che lo mette in difficoltà anche nei rapporti con gli alleati.
Affiancato da russi e iraniani Assad si sente forse intoccabile. E giudica l’alleanza almeno per ora indissolubile. Le basi siriane dei russi sul Mediterraneo si trovano tra le montagne e la costa, nella zona nordoccidentale, tra Latakia e Tartus. Là vivono circa un milione di alauiti, il 12 per cento della popolazione siriana. Una minoranza che si dichiara legata alla corrente sciita dell’Islam, in un Paese che conta il settanta per cento di sunniti. Un tempo contadini o addetti ai lavori più umili, gli alauiti hanno via via occupato posti di potere, nelle forze armate, nei servizi segreti, nell’apparato burocratico statale, negli affari, È accaduto da quando, quasi mezzo secolo fa, Hafez el-Assad, generale d’aviazione, padre di Bashar, ha preso il potere e lo ha conservato fino alla morte. Da allora gli alauiti costituiscono un clan strettamente legato alla famiglia Al-Assad. La presenza russa in Medio Oriente, che ha ridato smalto alla decaduta potenza del Cremlino, conta sulla rete del potere alauita, che è quello degli Al-Assad.
Lo stesso vale per l’Iran. La (dubbia) parentela degli alauiti con gli sciiti, corrente dell’Islam al potere a Teheran, è all’origine della stretta alleanza tra Damasco e il regime degli ayatollah. Un’alleanza che crea un corridoio sciita che parte dall’Iran, passa per l’ Iraq a maggioranza sciita, per la Siria degli alauiti e arriva nel Libano degli hezbollah, pure loro sciiti. Bashar el-Assad è un protetto della Russia e dell’ Iran, ma anche un loro prezioso, e per ora insostituibile, alleato.