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 2017  aprile 06 Giovedì calendario

L’amaca

Con la più nobile delle intenzioni (il “rispetto delle persone detenute”), l’Amministrazione penitenziaria ha diffuso una circolare nella quale invita a riformare il gergo carcerario, adeguandolo a un linguaggio più dignitoso. Così il piantone diventa “assistente alla persona” con la stessa logica che ci ha portati a non chiamare più bidelli gli assistenti scolastici, e non più spazzini gli operatori ecologici.
Noi fautori del politicamente corretto leggiamo però questi elenchi con una certa trepidazione; nel timore che l’eccesso di zelo apra, sotto il cammino del nuovo che avanza, la voragine dell’ipocrisia, che delle parole è il nemico più implacabile perché le cela o le agghinda levando loro verità e senso. Così, quando leggiamo che non si deve dire più cella, ma “camera di pernottamento”, un poco ci dispiace. Intanto perché la cella è anche quella del monaco, parola non dispregiativa, carica di pensiero e silenzio. Poi – soprattutto – perché il linguaggio della vita è così ricco da travolgere le povere paratie che volessimo opporgli: la gattabuia e la galera valgono, per dire di porte che si chiudono sulle pene umane, un po’ di più di “camera di pernottamento”. A meno di volerci raccontare che a essere orribilmente sovraffollate, qui in Italia, sono le camere di pernottamento.