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 2017  aprile 06 Giovedì calendario

Totò, laureato post mortem

Si discute, qui a Napoli, se sia stato giusto dare una laurea post mortem a Totò. Dicono gli amici napoletani: il più grande non è stato Eduardo? O magari Peppino?  

Com’è la storia della “laurea post mortem”? Si può fare?
Totò è morto il 15 aprile 1967, cinquant’anni tra pochi giorni. Renzo Arbore ha avuto l’idea, per onorare il mezzo secolo dalla scomparsa, della “laurea post mortem”. L’università napoletana Federico II, che ha appena istituito un corso in Discipline dello spettacolo, ha colto la palla al balzo. Ieri s’è svolta la cerimonia, lo stesso Arbore ha tenuto la laudatio accademica davanti al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini (ferrarese, ma, dice, innamorato di Totò), al governatore della Regione Campania Vincenzo De Luca, e alla nipote di Totò, figlia della figlia Liliana, Elena Anticoli De Curtis. Perché il vero nome di Totò, lo scrivo a beneficio dei tanti lettori ragazzini  che magari hanno visto i film in tv e si sono divertiti, ma del personaggio sanno poco, era Antonio De Curtis.  

A cui teneva dietro una sfilata di titoli nobiliari.
Li elencò a Oriana Fallaci, tanto aggressiva con tutti e davanti a Totò, invece, quasi in ginocchio. «Signorina mia, sono altezza imperiale, son principe e anche molte altre cose: conte palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, ufficiale della Corona d’Italia, cavaliere della Gran Croce dell’Ordine di Sant’Agata e San Marino, marchese di Tertiveri, questo però non lo uso». Poi aggiunse, senza cambiare tono di voce: «Dick, il mio cane lupo, era invece barone. Peppe, il mio cane attuale, è visconte. Visconte di Lavandù. Gennaro, il mio pappagallo, è cavaliere». Totò amava gli animali e specialmente i cani. Ne aveva adottati 220. Disse «che un cane vale più di un cristiano. Lei lo picchia e lui le è affezionato l’istesso, non gli dà da mangiare e lui le vuole bene l’istesso, lo abbandona e lui le è fedele l’istesso. Il cane è nu signore, tutto il contrario dell’uomo».  

È giusto considerare Totò un grande? Non era in definitiva una macchietta, che se la cavava con quattro smorfie e battute ripetute a iosa? Risate facili, filmetti di serie B.
Lo pensava anche lui. «I film dove recito io son commerciali, son filmetti arraffati, destinati alle sale di seconda visione, e costano poco: anche come film». La stessa opinione dei critici cinematografici dell’epoca: esponendosi a una delle più brutte figure di tutti i tempi, i film di Totò non andavano neanche a vederli, ci mandavano il Vice (lo scrivo maiuscolo, perché il vice del critico, schifandosi di mettere il suo nome e cognome sotto quei pezzulli in genere di infastidita stroncatura, si firmava di solito, appunto, Vice). Senonché, morto Totò, e morto solo e disperato perché convinto di aver buttato il suo talento e di non aver lasciato dietro di sé niente di memorabile, gli italiani di Totò non si sono liberati, hanno continuato a guardarlo, a ridere, ne hanno scoperto a un tratto le ombre, il tratto melanconico anche se irridente, diciamo pure l’unicità. Il principe Antonio De Curtis, cresciuto sulle tavole dell’avanspettacolo e per il quale negli anni Trenta una giovane soubrette s’era tolta la vita, non ha avuto antenati e non ha avuto eredi. In questa singolarità esplosiva sta uno degli elementi della sua grandezza. Il resto è stato analizzato da fior di studiosi, a partire da Goffredo Fofi. E altri hanno detto, benissimo, della perfetta incarnazione, da parte di Totò, dei princìpi che Bergson mise a fondamento del comico, nel suo celebre saggio sul riso (1900): «Il rigido, il bell’e fatto, il meccanismo in opposizione all’agile, a ciò che è perennemente mutevole, al vivente, l’automatismo in opposizione all’attività libera, ecco ciò che il riso vorrebbe correggere».  

Per esempio? Per esempio?
«Io sono un uomo di mondo!», «Parli come badi!», «Desto o son sogno?», «Abbundantis abbundandum», «Moët & Chandon? Mo’ esce Antonio», «Chicche e sia», «Una mano lava l’altra», «A prescindere», «Eziandio»... Il ridicolo che s’annida nelle pieghe di ogni pretesa serietà. L’onorevole Trombetta nel vagone, che Totò scarnifica e alla fine disintegra col suo «Ma mi faccia il piacere».  

Che direbbe oggi Totò della laurea alla memoria?
Disse alla Fallaci: «Io, signorina mia, sono afflitto da un brutto complesso: il complesso di inferiorità. Inferiorità fisica, inferiorità intellettuale, inferiorità culturale. Per esempio: non sono un uomo colto, e questo mi pesa. Vorrei aver studiato di più, aver letto di più, aver guardato di più... Vorrei esser stato più curioso, io non sono mai stato curioso. Osservatore, sì, tutti i miei personaggi nascono dall’ osservazione, ma curioso mai. E ora che sono mezzo cieco e non posso curiosar più, legger più, studiar più...». E spiegò così la sua arte, fingendosi inconsapevole: «Non sono io che comando la mia faccia. È la mia faccia che comanda me».