La Stampa, 5 aprile 2017
Mantello optical per confondere i parassiti mortali
Perché solo le zebre hanno le strisce? Se l’evoluzione ha avuto un’idea tanto creativa ed efficace, qual è il motivo per cui non l’ha replicata su altre specie?
Se ve lo siete mai chiesto, vi trovate in nobile compagnia. Anche Charles Darwin, naturalmente, si arrovellò sul tema (senza arrivare a conclusioni definitive), mentre Ruyard Kipling immaginò una soluzione poetica, dovuta all’ombra irregolare degli alberi sotto i quali le zebre si sono riposate per milioni di anni.
Tim Caro, biologo della University of California a Davis, è convinto di avere strappato la risposta giusta, da lasciare a bocca aperta Kipling e Darwin, e ora ha riassunto le sue lunghe e pazienti ricerche in un sorprendente libro, intitolato – e come poteva essere altrimenti? – «Zebra Stripes», pubblicato dalla University of Chicago Press. Lui al momento si trova in Tanzania e – racconta –«sto lavorando sul granchio del cocco». È un altro animale che gioca con le bizzarrie dei colori e anche queste hanno attratto la sua maniacale attenzione di naturalista e di esteta: «Cerco di scoprire perché possiede chele blu e rosse». Ma, subito dopo, torna alla sorgente della sua ossessione e svela il mistero delle adorate zebre in una battuta: «Esistono tipi di mosche che non amano atterrare su superfici a strisce bianche e nere».
Portatori di malattie potenzialmente mortali, questi insetti – aggiunge Caro – finiscono per perdere rotta e bussola davanti a singoli esemplari e, ancora di più, intere mandrie. Davanti a quelle tempeste ottiche l’autopilota biologico va in tilt e così le zebre – «che hanno un pelo molto corto» – si salvano da morte quasi certa. E pensare che, tra le spiegazioni accumulatesi in 120 anni di osservazioni ed elucubrazioni, una delle più popolari attribuiva alle strisce un effetto deterrente per la vista dei grandi predatori, come leoni e ghepardi, mentre c’era chi pensava a una forma di comunicazione sofisticata (e misteriosa) tra le zebre stesse e chi, ancora, attribuiva al mantello funzioni termoregolatorie.
«La mia ricerca – dice – è stata soprattutto “hard work”», lavoro duro. «Ha richiesto molto impegno. Portare alla luce il fatto che le strisce siano associate all’abbondanza di specifici insetti e non, per esempio, di leoni e iene e nemmeno a particolari picchi termici o a caratteristiche del territorio o, ancora, alla socialità è stato esaltante». Caro, infatti, ha incrociato innumerevoli variabili, dai comportamenti all’habitat, sfruttando il Big Data che la savana gli offriva e alimentandolo con la creatività di chi è spinto da una passione senza pentimenti: non si è risparmiato nemmeno Photoshop per prendere le misure alle strisce e i test statistici con cui contare le mosche in volo. Ecco un grande esempio di biologia evoluzionistica all’opera, con gli occhi di chi confessa il nostro privilegio di umani: «Alcuni primati vedono tre colori, mentre la maggior parte dei mammiferi solo due e, infatti, sono ciechi al rosso e al verde. Il mondo, invece, per noi è multicolore. E anche per uccelli e insetti».