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 2017  aprile 05 Mercoledì calendario

Il Vaticano non è più un paradiso fiscale

Il Vaticano non è più un “paradiso fiscale”. Un nuovo passo è stato compiuto sul piano della trasparenza dei rapporti finanziari tra le due sponde del Tevere. Da ieri infatti lo Stato più piccolo del mondo è entrato nella «lista bianca» fiscale italiana. L’inserimento della Santa Sede nella a virtuosa avviene con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto firmato lo scorso 23 marzo dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, con il quale si aggiorna l’elenco dei Paesi con i quali è attivo uno scambio di informazioni in materia fiscale, in nome della trasparenza.
Essere nella lista bianca consente la non applicazione di imposte su redditi di natura finanziaria percepiti dai residenti nei paesi interessati. L’aggiunta della Santa Sede (insieme ad altri paesi) nell’elenco aggiorna quello previsto dal precedente decreto del ministro delle Finanze del 4 settembre 1996, e avviene come effetto automatico dell’entrata in vigore il 15 ottobre scorso, a seguito della ratifica da parte del Parlamento italiano, della «Convenzione» tra la Santa Sede e il governo della Repubblica italiana in materia fiscale, firmata nella Città del Vaticano il primo aprile 2015, che promuove lo scambio di informazioni a fini fiscali tra la Santa Sede e l’Italia e disciplina l’adempimento degli obblighi fiscali dei soggetti residenti in Italia. Proprio l’articolo 1 della Convenzione prevede lo scambio di informazione ai fini fiscali. Con tale accordo, il Vaticano ha aperto i propri conti al fisco italiano, un cambiamento storico rispetto al tradizionale «segreto bancario».
Ora, l’Agenzia delle Entrate ha ufficializzato i provvedimenti attuativi, approvando il modello per la regolarizzazione delle annualità fino al 2015 e stabilendo le regole con cui i dipendenti vaticani e le istituzioni religiose e d’Oltretevere con sede nel nostro Paese devono pagare le tasse all’Italia sui propri conti allo Ior, la «banca vaticana» che, in particolare nel pontificato di papa Francesco, è stata risanata, con i correntisti vagliati. Lo stesso Pontefice argentino ha anche ridimensionato il «sogno» di chi voleva trasformare lo Ior in una banca d’affari (oltre ad aver creato la Segreteria per l’Economia, guidata dal prefetto cardinale George Pell, per razionalizzare spese e appalti).
E infatti Oltretevere, per bocca del direttore della Sala stampa della Santa Sede Greg Burke, si rimarca che questa novità «conferma il processo di riforma e di trasparenza» attuato in questi anni, dimostrando così che lo Stato Vaticano «è un Paese collaborativo e trasparente dal punto di vista delle informazione ai fini fiscali».
Tale lista bianca è comunque diversa e non dev’essere confusa con quella europea concernente l’efficacia dei sistemi anti-riciclaggio: è il Consiglio d’Europa di Strasburgo a occuparsi di quest’ultima, e in passato ha mandato ispettori e ha redatto specifici rapporti. Comunque, sebbene si tratti di due «liste bianche» differenti, l’inserimento in quella ai fini fiscali – si precisa sempre in Vaticano – costituirà tuttavia un elemento di valutazione utile e prezioso anche per il giudizio di «equivalenza rilevante» per l’inserimento nella lista bianca anti-riciclaggio.
In ogni caso, ciò che conta soprattutto è che «anche con questo atto – dichiara ancora Greg Burke – si rafforzano ulteriormente i già ottimi rapporti tra il Vaticano e l’Italia».
Gli altri nuovi ingressi nella lista bianca sono Cile, Principato di Monaco, Nauru, Niue, Barbados, Andorra, Saint Kitts and Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Samoa e Uruguay.