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 2017  aprile 05 Mercoledì calendario

La Cina di Xi e Trump

I due uomini più potenti del mondo, Donald Trump e Xi Jinping, che si incontreranno domani nel Palazzo d’estate dell’imperatore americano, hanno una sola cosa in comune: mettono a dura prova il sistema politico dei rispettivi Paesi. La bocciatura da parte di tribunali indipendenti del bando di Trump, la mancata approvazione della proposta di riforma dell’Obamacare dimostrano l’efficienza dei sistemi di controllo nella democrazia liberale più antica del mondo
Ma la divisione dei poteri sarà sufficiente ad arginare questo bullo imprevedibile, in una situazione che si configura come una moderna versione della pazzia di Giorgio III? Intanto, nell’altra capitale imperiale, Xi continua a stabilire un livello formidabile di controllo statale attraverso un partito leninista che ribadisce il proprio predominio in tutti i settori della vita nazionale. A Pechino si dice con un gioco di parole che Xi è il presidente totale. E la domanda è se questo sistema autoritario ri-centralizzato riuscirà a gestire lo sviluppo di una economia e una società sempre più complesse.
Lo smog dell’incertezza è più denso a Pechino che a Washington, perché la politica di questo partito-Stato imperiale è avvolta nel mistero, ma anche perché si tratta di un sistema in qualche modo nuovo. Non esiste un copione per l’evoluzione del capitalismo leninista. È evidente chi è più colpito dalla strategia di Xi. Le vittime sono i funzionari e gli imprenditori corrotti, bersaglio di drastiche iniziative anticorruzione che si configurano come una purga, e i liberali. I rapporti annuali della Corte suprema del popolo cinese e della magistratura hanno messo in luce le azioni giudiziarie contro attivisti e avvocati impegnati nella tutela dei diritti umani. La società civile è stretta in una morsa per colpa di una legge sulle ong straniere che ricorda i metodi di Putin. Non passa giorno senza aver notizia della soppressione di un sito, di un blog. Gli intellettuali liberali si sono ritirati in un esilio domestico. Un accademico sostiene ironicamente che Xi e Trump hanno un’altra cosa in comune: entrambi attaccano gli intellettuali e i media liberali. Se la libertà di espressione è un elemento indispensabile del buon governo, come sono convinto che sia, lo sviluppo a lungo termine in Cina risulta minato.
Vi ricordo la famosa triade “voce, uscita e lealtà” di Albert O. Hirschman. La voce (la protesta) agisce nel sistema politico degli Stati Uniti attraverso media, tribunali e una società civile energica. In Cina la voce si riduce ai sussurri deferenti del cortigiano. L’uscita (la defezione) è in crescita – i cinesi ricchi sono disposti a portare capitali e figli all’estero. Tuttavia continuano ad essere presenti formidabili riserve di lealtà, basate sulla performance economica e sull’orgoglio derivante dal prestigio internazionale conquistato da un Paese in precedenza impoverito.
Bisogna quindi stabilire se il sistema di Xi sarà in grado di sostenere la legittimità nel momento in cui si profilerà la trappola del reddito medio. Sono già evidenti i problemi. La Cina è riuscita a reggere la crisi economica e finanziaria grazie a massicci investimenti e eccesso di credito. Ubs stima che il debito del settore non finanziario è passato dal 150 al 270% del Pil. I prezzi degli immobili nelle grandi città cinesi sono folli. Le scorte di manodopera a basso costo proveniente dalle campagne si stanno esaurendo. A causa della politica del figlio unico la popolazione invecchia. La collusione tra funzionari e imprenditori corrotti è sfociata in uno sperpero di capitale. Per motivi politici questo regime sostiene le imprese statali, quando invece sarebbe più produttivo dare spazio al settore privato, favorendo l’innovazione. Il populismo trumpiano minaccia i mercati aperti che assorbono le esportazioni cinesi. E così via.
Le possibilità che la Cina vada incontro a una crisi finanziaria nel 2017 sarebbero, secondo Goldman Sachs, pari al 25%, e al 50% nel 2018. Ma cosa significherebbe? La Cina si avvia a un crollo, con un impatto negativo sulla società, o a un rallentamento della crescita, una “stagnazione di carattere cinese”? Alle problematiche economiche si può opporre un elenco di punti di forza. Un Paese in cui la libertà di espressione è limitata possiede comunque un’enorme capacità di proseguire l’innovazione, copiando e migliorando quella altrui. Mi sento un provinciale a tirar fuori la carta di credito in una città dove i pagamenti avvengono normalmente via smartphone.
Le prospettive dell’economia cinese, eminentemente politica, non sono importanti solo per i cinesi e per l’economia mondiale. Il sistema politico cinese gode di una legittimità procedurale ridotta, a differenza delle democrazie occidentali in cui le elezioni sono «imprevedibili», per usare la definizione di un giornalista del China Daily. Se la legittimità che deriva dalla performance economica diminuisce, la Cina probabilmente sfrutterà l’altra sua grande fonte di consenso: il nazionalismo. Nel peggiore dei casi potremmo avere una versione cinese del putinismo, con repressione in patria e aggressione all’estero. Data l’imprevedibilità del presidente americano e le possibili criticità tra gli Usa e i suoi alleati da un lato e la superpotenza asiatica in ascesa dall’altro – il programma di armamento nucleare della Corea del Nord, Taiwan, il Mar cinese meridionale, il Mar cinese orientale – la conclusione è chiara. Le dinamiche interne dell’esperimento politico cinese non interessano solo a chi ha a cuore la Cina, ma possono essere questione di guerra o pace.

(Traduzione di Emilia Benghi)