la Repubblica, 5 aprile 2017
La disfida di Gibilterra
GIBILTERRA Per parlare, parlano spanglish.
Tre frasi in inglese e due in spagnolo, soprattutto i più giovani, come i sudamericani a Miami. E come Peter, un giovanotto, 30 anni, che lavora in uno dei tanti siti di scommesse online domiciliati qui e che, quando domandiamo della Brexit, sbuffa: «Per noi può diventare una disgrazia, finiremo come merce di scambio. Aumenteranno le regole, diminuirà il lavoro», dice. A Gibilterra usano la sterlina ma guidano a destra e accettano gli euro, soprattutto nei parchimetri. È la prima domanda che fanno tutti i turisti quando arrivano: «Si può pagare in euro?». Ma tutto il resto è un orgoglioso fazzoletto britannico alla fine della penisola iberica. Non c’è Schengen e la coda per superare il check-point è sempre molto lunga. I frontalieri, quasi tutti spagnoli, che ogni giorno ci vengono a lavorare sono almeno diecimila. Nei ristoranti, nei locali, nel porto.
Ma appena si esce dall’altra parte il mondo cambia e si colora all’inglese. Case con le facciate british, strade che si chiamano, per esempio, “Queensway”, e pub foderati di legno. Un aeroporto dove l’unico modo facile di arrivarci è via Londra con British Airways. Le imperdibili cabine telefoniche rosse come nella City, e una grande base aeronavale della Marina britannica con gli occhi sul Mediterraneo che ogni tanto, come ieri, gli spagnoli si divertono a provocare sconfinando nelle acque territoriali contese. E poi contrabbando – soprattutto sigarette -, traffici finanziari offshore che attirano capitali da tutta Europa, porto franco. Grazie ai privilegi di risiedere nella Rocca – il prelievo fiscale da Londra è da paradiso e non supera il 15% – gli abitanti di Gibilterra hanno un reddito medio superiore al doppio dei loro vicini che stanno oltre “La Linea”, la frontiera con Madrid. È così da più di trecento anni, dal Trattato di Utrecht, 1713, quando alla fine delle guerre di seccessione fra le corone spagnole, Gibilterra divenne, sulla carta per sempre, una colonia di Sua Maestà. Meno di 7 chilometri quadrati di territorio intorno al massiccio, grigio brillante, del “Peñón”, e circa 33 mila abitanti. Che saranno pure molto british ma che al refendum sulla Brexit votarono in forze esattamente al contrario dei loro connazionali nel Regno Unito. Un indiscutibile 95,6% a favore del remain nell’Unione europea.
E da allora sono iniziati i tormenti di Gibilterra. Incastrata tra il mare e la Spagna, uscire dal mercato comune può essere per questa minuscola colonia davvero doloroso. E non solo per tutte le sue società di intermediazione finanziaria e quelle online – che già studiano Malta come prossima destinazione dei loro affari- ma soprattutto per i nuovi dazi che l’Unione potrebbe imporgli come a Londra – su tutti i prodotti agricoli che importa dalla Spagna. Da sempre, spagnoli e britannici si insultano sullo status della Rocca. Per Londra, le pretese di Madrid di ottenerne la sovranità sono rubricate come “vanità da toreri”; mentre per gli spagnoli la tenacia inglese a non cedere un millimetro, nemmeno accettando un dialogo sul futuro, è un riflesso della superbia britannica. In mezzo ci sono gli “llanitos”, gli abitanti di Gibilterra, che sognano di restare britannici ma facendo parte dell’Unione europea. Fabian Picardo, il primo ministro di Gibilterra, ha persino accarezzato l’idea dell’indipendenza. E oggi tra le sue chimere c’è quella di diventare in qualche modo equidistante da Londra come da Madrid per poter restare almeno con un piede in Europa, nel mercato comune.
Il nodo Gibilterra post Brexit rischia anche di riaprire a catena tutta una scacchiera diplomatica nella quale si muovono vecchie e nuove rivendicazioni nazionaliste, dalla Scozia alla Catalogna. Non a caso Madrid ha subito sostenuto il nuovo referendum chiesto dal Parlamento scozzese affermando che sarebbe favorevole a una Scozia indipendente in Europa. Mentre esponenti conservatori a Londra hanno consigliato al premier Theresa May di sostenere l’indipendenza della Catalogna. Ma la verità è che oggi la Spagna si sente molto più forte, soprattutto dopo che il presidente del Consiglio europeo, Tusk, ha concesso a Madrid il diritto di veto su qualsiasi negoziato che riguardi Gibilterra tra Bruxelles e la Gran Bretagna. Per questo Mariano Rajoy ha cambiato strategia e il suo nuovo ministro degli Esteri, Alfonso Dastis, oggi si dedica a corteggiare gli abitanti della Rocca, sapendo bene che qualsiasi futura riconquista della sovranità dipende dagli umori e dagli interessi dei residenti ma anche che, con il diritto di veto, Madrid potrà, se vorrà, colpire duramente i loro attuali privilegi.
L’altra faccia della medaglia sono i frontalieri. Nel prossimo futuro la vita può diventare più difficile anche per loro. Soprattutto se la Brexit provocherà la crisi che tutti temono e che colpirà anche il fragile tessuto economico spagnolo a ridosso della Rocca. Per molti anni, durante la dittatura franchista, Gibilterra rimase isolata. Franco, era il 1969, chiuse la frontiera e solo dopo il ritorno della democrazia in Spagna, alla fine degli anni Settanta, ripresero relazioni e scambi commerciali normali. Con l’ingresso di Madrid in Europa per gli abitanti di Gibilterra le cose sono andate a gonfie vele. Giochi, scommesse online e finanza offshore sono da tempo i settori chiave dell’economia locale.
Da Bruxelles hanno più volte protestato sostenendo che ci sono anche attività di riciclaggio. Ora però la questione centrale sarà definire le nuove regole e in questi giorni, anche se Theresa May ha poi abbassato i toni, i nervi sono saltati un po’ a tutti fino a trasformare la Rocca britannica in un nuovo caso Falkland-Malvinas, le isole contese a Londra dall’Argentina. «Non ci sarà nessuna guerra», dice sconsolato Michael, un cinquantenne che è nato qui, «ma per colpa di chi ha votato la Brexit, noi diventeremo ostaggi degli spagnoli. Resteremo britannici ma adesso avranno il potere di farcela pagare. A Londra potevano pensarci prima».