Corriere della Sera, 5 aprile 2017
Gli assassini, la laurea, gli affari. Le tre vite dell’imprenditore dei clan
Il primo delitto lo commise da minorenne, per uccidere l’assassino di suo padre ammazzato quando lui era un bambino di 4 anni. Gennaro Pulice consumò la sua vendetta con un fucile a canne mozze scaricato su uno degli assassini del papà, istigato dal nonno: «Tanto sei minorenne, non ti fanno niente». Pochi mesi dopo uccise un altro componente del clan avverso della ’ndrangheta di Lamezia Terme, conquistando la fama di killer affidabile. Dalla metà degli anni Novanta partecipò ad almeno altri tre omicidi nella guerra tra cosche locali, finché nel 2004, a 26 anni, finì in carcere per la prima volta, insieme ad altri esponenti del clan Cannizzaro-Daponte.
Fu allora che Pulice subì la sua prima trasformazione criminale. L’avevano preso e poi condannato per accuse minori rispetto ai reati consumati: estorsioni aggravate dal metodo mafioso e poco più, ma tanto bastò per fargli cambiare metodi operativi. Gennaro cominciò a studiare, fino a laurearsi in Giurisprudenza. Non più solo un giovanissimo sicario al servizio dei capi-’ndrangheta, ma un giovane istruito che conosce i meccanismi della legge e dell’economia. Senza tagliare i legami con gli affiliati, ovviamente, ma muovendosi su altri piani, e senza rinunciare, all’occorrenza, a uccidere: uscito di galera, nel 2006 partecipò all’eliminazione di un altro boss della ’ndrangheta nella provincia di Catanzaro entrato in contrasto con la sua cosca. Dopodiché tentò di gestire le estorsioni in proprio, il che suscitò le ire del clan Giampà del quale, fino a quel momento, era stato un alleato.
Fu il momento del trasferimento al Nord, per sfuggire alle mire di chi voleva ucciderlo, e riciclarsi nella figura del «colletto bianco». A Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria, Gennaro Pulice cominciò a trasferire i soldi accumulati in Calabria nelle imprese in difficoltà di quella zona, raggiungendo il duplice obiettivo di rilevare le attività economiche e riciclare i guadagni illeciti, attraverso i prestanome che gli garantivano l’anonimato. Da killer affidabile a imprenditore rampante, che investiva denaro anche in Svizzera. Finché nel 2015, a 37 anni, un nuovo arresto contro gli esponenti delle famiglie Iannazzo-Cannizzaro-Daponte non fermò anche questa corsa. E Pulice decise di dare inizio alla sua terza vita, da collaboratore di giustizia, svelando tutti questi retroscena.
Ieri la Squadra Mobile di Catanzaro, dopo approfondite ricerche compiute insieme alla sezione indagini patrimoniali del Servizio centrale operativo della polizia, ha sequestrato, su ordine della Procura antimafia del capoluogo calabrese, 4 milioni di euro riconducibili al pentito attraverso intestazioni fittizie alla moglie e altri prestanome; un patrimonio nascosto, fatto di aziende, conti bancari e beni immobili. «Questa vicenda – spiega il questore Alessandro Giuliano, neo-direttore dello Sco della polizia – è emblematica di come non si possa più pensare di contrastare le organizzazioni criminali solo sul piano militare. Le attività economiche sono ugualmente importanti, e la novità è che rispetto a venti o trenta anni fa non c’è più il mafioso che deve rivolgersi al commercialista o all’imprenditore per riciclare, ma i due aspetti vengono trattati dalle stesse persone». È un caso, ma sempre ieri un’altra operazione della Questura di Reggio Calabria e dello Sco ha portato all’arresto di 12 persone legate al clan Pesce, e al contestuale sequestro di 10 milioni tra case e terreni. «Si chiude un cerchio ma la lotta non finisce qui», annuncia il procuratore reggino Federico Cafiero De Raho.