Corriere della Sera, 5 aprile 2017
Kirghiso, 22 anni: «Il kamikaze del metrò»
MOSCA Niente uomo con la barba e niente secondo attentatore. Le indagini sull’esplosione di lunedì sembrano andare avanti con grande rapidità e, allo stesso tempo, con insolita confusione. Mentre i russi piangono i quattordici morti accertati fino ad ora, le autorità sono arrivate alla conclusione che la bomba sul terzo vagone della linea blu sia stata messa da Akbarzhon Dzhalilov, un ventiduenne originario del Kirghizistan ma cittadino russo da sei anni, che è saltato in aria assieme al suo ordigno. Sarebbe stato sempre lui a piazzare il congegno non esploso nella stazione di piazza Vosstaniya (aveva usato l’involucro di un estintore) prima di salire sul convoglio diretto al Tekhnologicheskij Institut.
Centinaia di cittadini di San Pietroburgo e di Mosca hanno deposto fiori ieri per rendere omaggio alle vittime. Nella città sul Baltico la gente si è recata davanti alle due stazioni tra le quali è avvenuta l’esplosione. A Mosca è venuto naturale a tutti andare nei giardini sotto le mura del Cremlino dove, su una lastra di marmo, è incastonata la stella che ricorda (tra le altre) Leningrado, città eroica della Seconda guerra mondiale.
Dopo l’esplosione nel tunnel, il conducente del convoglio, Aleksandr Kaverin, ha continuato fino alla fermata successiva, «come prescrive il regolamento», ha raccontato ai giornali. Sette persone sono decedute all’istante, incluso l’attentatore. Sessantasei sono rimaste ferite. Un passeggero non ce l’ha fatta ad arrivare all’ospedale, mentre altri sei sono morti in seguito alle ferite riportate. Tra i 50 ancora ricoverati, dieci sono gravi.
L’attentatore proviene dalla città di Osh, nella famigerata valle di Fergana, culla da molti anni dell’estremismo islamico kirghiso e uzbeko. Dzhalilov era di etnia uzbeka e aveva ottenuto la naturalizzazione russa nel 2011. A San Pietroburgo Dzhalilov ha trovato impiego come carrozziere («era capace di fare di tutto», dice chi lo conosceva). Poi ha lavorato anche in un sushi bar.
Ieri si sono riuniti a Mosca i capi dei servizi di sicurezza di alcune ex Repubbliche sovietiche che oggi saranno ricevuti da Putin. Di terrorismo internazionale ha parlato con il suo omologo russo e con il segretario del Consiglio di sicurezza il nostro ministro dell’Interno Marco Minniti. Mosca è anche preoccupata per una nuova minaccia dell’Isis contro la Russia e l’Europa.
Subito dopo l’esplosione, le autorità avevano puntato sulle immagini delle telecamere di sicurezza che avevano ripreso poco prima un uomo con la barba. In realtà si tratta di Andrej Nikitin, un ex capitano delle truppe da sbarco, che ha combattuto anche in Cecenia e che si è convertito all’Islam. Nikitin, che ora fa il camionista, si è subito presentato alle autorità per scagionarsi. Rilasciato, si è recato all’aeroporto per raggiungere Orenburg. Ha viaggiato fino all’aeroporto moscovita di Vnukovo dove ha cambiato aereo. Ma sul secondo volo è stato riconosciuto dai passeggeri che hanno avvertito il comandante prima che le porte venissero chiuse. Sono arrivati gli agenti dell’Fsb, il servizio segreto, ai quali Nikitin ha spiegato tutto. Questo non è stato sufficiente, i passeggeri continuavano a rumoreggiare. Allora l’ex capitano è stato fatto scendere e il volo è partito senza di lui.