Corriere della Sera, 5 aprile 2017
In morte di Sartori
Come succede a volte nel caso dei grandi intellettuali, Giovanni Sartori, nella sua vita, ha svolto più ruoli, è stato più cose contemporaneamente: uno dei principali scienziati politici dell’età contemporanea ma anche un organizzatore di cultura che ha contribuito a rinnovare profondamente gli studi politici nell’Italia della seconda metà del XX secolo. Insieme al filosofo Norberto Bobbio, Giovanni Sartori è stato sicuramente lo studioso italiano di politica più conosciuto e stimato internazionalmente. I suoi saggi sulla democrazia, come quelli sui partiti politici, hanno formato generazioni di studiosi. Le sue lezioni di metodo, e sul metodo, hanno insegnato a tanti a praticare il rigore nell’uso dei concetti e la chiarezza espositiva. Pochi, fra coloro che si sforzano di fare con serietà il suo stesso mestiere, in Italia e fuori d’Italia, possono sostenere di non avere imparato da lui, di non essere stati influenzati dal suo magistero.
L’impressionante collezione di riconoscimenti internazionali e di lauree honoris causa che ha accumulato nella sua vita accademica testimoniano che non c’è esagerazione in quanto sopra affermato.
La sua fama internazionale è soprattutto legata al fatto che, insieme allo stesso Bobbio e allo statunitense Robert Dahl, Giovanni Sartori è uno dei più importanti teorici della democrazia della seconda metà del XX secolo. Il suo Democrazia e definizioni (pubblicato originariamente dal Mulino nel 1957) e presto tradotto, lo fa conoscere in tutto il mondo. Quel libro, dopo tanti decenni, è tuttora punto di riferimento obbligato per chiunque voglia comprendere il funzionamento della democrazia. In esso Sartori riprende e rinnova una tradizione di studi che risale a Max Weber e a Joseph Schumpeter: propone una teoria del funzionamento della democrazia pluralista che tiene insieme il realismo (descrive la democrazia come essa è effettivamente, inevitabilmente controllata e influenzata da élite in competizione fra loro) e la considerazione – un elemento che era stato sottovalutato da Weber e da Schumpeter – di quella che Sartori chiama la «pressione assiologica», il peso che sugli attori esercitano i valori democratici. Per Sartori, la democrazia è una forma di governo che vive perennemente sotto pressione, potentemente condizionata dal grande divario sempre esistente e che tutti possono constatare, fra gli «ideali democratici» e la democrazia realmente esistente, con le sue umane imperfezioni. Gli studi di Sartori sulla democrazia sono originali perché combinano in una sintesi felice la tradizione classica della scienza politica italiana (la scuola detta elitista che risale a Gaetano Mosca e a Vilfredo Pareto), aspetti della teoria realistica della democrazia di Schumpeter, e un’attenzione, dovuta alla sua originaria formazione filosofica, al ruolo delle idee di valore e delle credenze collettive.
L’altro grande tema di ricerca di Sartori riguarda i sistemi di partito. Dopo avere dedicato a questo argomento molti saggi, nel 1976 Sartori pubblica in lingua inglese la sua opera principale. In essa, in una forma ormai definitiva e compiutamente elaborata, Sartori illustra una tipologia dei sistemi di partito che è tuttora una delle più citate e utilizzate dagli specialisti del settore.
Infine, Sartori, forte degli studi di logica fatti in gioventù e della sua conoscenza delle scienze sociali contemporanee, sviluppa a più riprese, e in più pubblicazioni, un «discorso sul metodo» la cui influenza sui politologi è stata per lo meno pari a quella esercitata dai suoi lavori sulla democrazia e sui partiti.
Sartori è stato anche un organizzatore di cultura nel nostro Paese. Insieme a pochi altri studiosi di grande valore (come Bruno Leoni, Gianfranco Miglio, Norberto Bobbio, Nicola Matteucci) costrinse l’Accademia ad aprirsi, nel campo degli studi politici, alle influenze e alle esperienze internazionali, soprattutto anglosassoni. Sartori in particolare, nel periodo trascorso all’Università di Firenze (che lasciò nel 1976 per andare a insegnare negli Stati Uniti) fu il principale responsabile della rinascita in Italia della scienza politica, un «sapere empirico» che aveva subito a lungo l’ostracismo delle scuole un tempo dominanti nella cultura italiana, quella idealista e quella marxista. Si può dire che l’attività svolta da Sartori e da pochi altri, contribuì a indebolire nel tempo la presa e la forza di quelle scuole.
I lettori del Corriere della Sera ricordano i suoi editoriali, i suoi interventi sulle questioni istituzionali e sulla riforma elettorale, ricordano l’«intellettuale pubblico», con il suo linguaggio tagliente e polemico. Verrà il tempo in cui i legami fra i diversi ruoli che Sartori svolse verranno indagati in profondità.