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 2017  aprile 04 Martedì calendario

«Non voglio invecchiare sul campo vinco, mi ritiro e divento imprenditore». Intervista a Philipp Lahm

Lei una volta ha descritto se stesso come un “drogato di calcio che va in astinenza quando nella corteccia mancano le endorfine staminali del pre partita di champions”. ora ha annunciato che intende smettere a fine a stagione. è già in modalità dopo carriera?

«Il mio vantaggio è che ho sperimentato la fine, nel 2014, con la nazionale. So come prepararmi mentalmente a ciò che verrà. La mia idea è che la misura sia colma. I calcio attivo per me è un capitolo chiuso. È stato un periodo fantastico, sono grato per tutto».
Non le fa effetto immaginare la sua vita senza adrenalina?
«Ne ho avuta abbastanza con tutte le partite che ho giocato. Se in futuro guarderò le partite alla tv oppure da spettatore allo stadio, so che mi divertirò ancora».
In questo finale di stagione è prevista ancora adrenalina in Champions contro il Real al Bernabeu. Nel suo libro “Der feine Unterschied” (La sottile differenza, ndt), scrive che è il più bel stadio del mondo. Cosa lo rende così speciale?
«La costruzione. È uno stadio vecchio, con le tribune che scendono ripide, a picco sul campo. È molto diverso dagli stadi costruiti in Germania prima del Mondiale 2006. I tifosi del Bayern lì siedono sempre nell’anello superiore della curva e il prato è perfetto, cosa rara. Giochiamo di solito solo quarti o semifinali, e lo stato d’animo è sempre eccezionale».
Dal modo in cui parla di queste partite, riesce difficile credere che smetterà in estate. Ancelotti ha detto che lei potrebbe giocare fino a 40 anni: ciò addolcisce l’addio?
«Ho sempre dato ascolto al mio modo di sentire. Finora ha funzionato, anche quando ho deciso di lasciare la nazionale. Era il momento giusto per me. Ho detto che non so se tra un anno giocherò ancora al livello di oggi. E la vedo ancora così».
Perché a molti atleti riesce difficile fermarsi allo zenit?«Aspettiamo, forse tra due anni senza calcio anch’io la penserò diversamente (ride, ndr). Gli atleti sono quasi sempre attivi già in giovane età. È per questo che alla maggior parte riesce difficile mollare: mettere fine a un’attività nella quale si eccelle e questo è difficile per chiunque».
Perché è diverso nel suo caso?
«Non sono una tale eccezione. Nico Rosberg si è fermato da campione del mondo, e anche Magdalena Neuner ha smesso molto presto con il biathlon».
Sono stati dei modelli per lei in questo senso?
«No. Ho preso atto di questi ritiri, ma non c’è stato un modello. Sono cose che ognuno deve sapere e decidere per se stesso».
Oltre al suo ritiro ci sono anche speculazioni sui motivi del no al ruolo di direttore sportivo o a un posto nel consiglio direttivo del Bayern. C’entra Uli Hoeness?
«Ho un rapporto di rispetto e amichevole con Hoeness e con tutti i membri del consiglio. È un rapporto cresciuto nel corso degli anni e ci legano molte cose. Soprattutto, la passione per il Bayern».
È stato ipotizzato che gli “individui alfa” Hoeness e Rummenigge non le abbiano concesso abbastanza spazio.
«Ma sono stati proprio loro a creare la possibilità che diventassi il successore di Sammer. Questo è stato un atto di fiducia».
Ma non è bastato.
«Ci siamo confrontati e avevamo idee diverse sul ruolo e su come interpretarlo. Così ho risposto che non c’erano problemi, ma anche per me il momento non era giusto. Prendo sempre tutto in modo sportivo e accetto che ci siano opinioni diverse. Non è stato così drammatico come è stato detto».
Il posto che le era stato destinato in consiglio direttivo, oltre al ruolo di direttore sportivo, è il lavoro che aveva precedentemente svolto Sammer?
«La proposta non è andata in porto ma non per un punto in particolare. Dissero che avrei dovuto iniziare nell’inverno 2017, ma per me in questo caso la pausa sarebbe stata troppo breve e non sarei riuscito a sviluppare una sufficiente distanza dal calcio giocato. A mio avviso è importante che la squadra abbia l’opportunità di distanziarsi dall’idea di me giocatore. E per i dettagli del mio ruolo futuro avevamo idee diverse. Alla fine ho constatato che non era ancora il momento giusto per quel tipo di scelta».
Ma potrebbe diventarlo più avanti? A Monaco in molti sono convinti che tra due anni lei erediterà il posto in consiglio di Rummenigge, il cui contratto da presidente termina nel dicembre del 2019.
«Nel calcio è molto difficile prevedere che cosa accadrà tra due o tre anni. Per me ora quel che conta è riuscire a mettere distanza, iniziando a fare qualcosa di nuovo al di fuori del calcio dopo il mio ritiro».
In cosa consisterà questa nuova partenza? Possiede già quote di diverse società, tra cui quella che produce i cereali Snežka, quella dei prodotti sportivi Sixtus e il think tank Brückenköpfe (Teste di ponte, ndt) che sviluppa idee per il settore sanitario. Sta per diventare un imprenditore a tempo pieno?
«Prima di tutto mi prenderò una vacanza, spero dopo la finale della Champions League il 3 giugno a Cardiff. Voglio staccare la spina e ricaricare le batterie. Dopo mi occuperò sicuramente di temi dell’imprenditoria e voglio farmi coinvolgere maggiormente nelle società che lei ha citato».
Vedremo il Signor Lahm arrivare alla riunione del consiglio in giacca e cravatta?
«Se necessario succederà qualche volta, ma certamente non tutti i giorni... Prima voglio conoscere tutto meglio. So come si guida una squadra e come funziona il mondo del calcio, ma non ho ancora una mentalità imprenditoriale. Voglio imparare tutto: a cominciare dalla gestione del personale. Non è sufficiente uno sguardo superficiale a una società».
Il primo passo è diventare quindi “apprendista – benché “anche se ad alto livello?
«Quasi. Non so se mi occuperò in particolare di gestione del personale. Il mio lavoro sarà conoscere meglio le aziende e i loro conti, dall’interno. Voglio capire cosa significhi gestire un business estraneo al mondo del calcio. Il Bayern è anche una grande azienda la cui struttura io conosco. Ora voglio conoscerne altre. Il bello è che posso farlo nella mia di azienda. Penso sia divertente acquisire nozioni e capacità di tipo imprenditoriale».
C’è un amministratore delegato che lei ammira?
«Qui i modelli ci sono... Ne cito due: Deichmann e Rossmann».
Il primo a capo dell’omonimo marchio di scarpe e l’altro alla guida della catena di supermarket.
«Sì. Quando si capisce che entrambi questi uomini hanno saputo trasformare un’impresa di famiglia in una grande azienda si resta impressionati. “Nonno” Deichmann iniziò con un negozio di scarpe nel quale investì tutti i suoi soldi».
Quindi è deciso: lei non finirà, come tanti altri ex-professionisti, a fare il tecnico o il dirigente di un grande club come Arsenal o Barcelona?
«Questa non è mai stata un’opzione per me».
Non tanto tempo fa si è saputo che il Bayern aveva intenzione di far arrivare a Monaco Sami Khedira. Si dice che l’acquisto non si sia concluso per il suo veto. Come lo commenta?
«Un giocatore non potrà mai impedire o favorire una’acquisto o una cessione. Questo vale anche per me. Certo, la mia opinione nel club ha molto peso, anzi, ha avuto molto peso. Ma che io decida su chi va e chi arriva, no, questo non è mai successo».
Conosce l’hashtag #twitternwielahm?
«No».
Chi lo usa prende in giro i suoi tweet, che molti, per dirla diplomaticamente, trovano un po’ noiosi. Una rivista ha scritto che tra tutti quelli che si reinventano nella sua professione, lei dovrebbe fare il tirocinante in un’agenzia di assicurazione. Tutto questo la fa ridere?
«Non ho problemi con queste cose. Su Twitter, Facebook e gli altri social ognuno è libero di scegliere se seguire o mettere “mi piace” a qualcuno, a qualcosa. Chi è interessato a me, a ciò che faccio, può seguirmi. Gli altri possono anche non farlo. Sono abbastanza rilassato in proposito. Non troverà dei miei selfie in casa o in spogliatoio. Raramente posto foto di una vacanza. La sfera privata deve essere privata».
Uli Hoeness ritiene che gli smartphone siano disastrosi per i calciatori: non consentono la privacy, come quando all’Oktoberfest in pochi minuti sono costretti a farsi scattare anche 300 selfie. È d’accordo con lui?
«Per noi giocatori i selfie sono davvero una maledizione. Questo va detto con chiarezza. Prima, nessuno aveva con sé la macchina fotografica sempre e dovunque. Oggi invece è così. Che io stia facendo benzina o concedendomi da qualche parte un bicchiere di vino oppure facendo due passi nel centro storico, tutti hanno uno smartphone e possono scattarmi una foto».
Molti suoi colleghi questo gioco lo promuovono, invece, inscenando continuamente situazioni e postando selfie su Instagram e Facebook.
«Questo è vero, ma non tutti lo fanno».
Ci sono momenti in cui capisce di essere invecchiato?«Lo vedo in molte cose (ride, ndr) quasi ogni giorno. Per esempio, su Snapchat difficilmente mi troverà».
(Traduzione Guiomar Parada)