la Repubblica, 4 aprile 2017
Kim, l’ultima minaccia atomica. «Sarà un mese da non dimenticare»
PECHINO A Pyongyang è già tutto pronto: «Queste feste di aprile saranno ricordate per sempre». Eccome no. Sono pronti anche i servizi segreti americani. Giurano che il 15 aprile, giorno del genetliaco di Kim Il-sung, il padre della patria, o al massimo il 25 aprile, 85esimo della nascita dell’Esercito del Popolo, la Corea del Nord ci farà vedere i botti. Se non prima: già tra il 6 e 7 aprile, proprio mentre Donald Trump riceve Xi Jinping a Mar-a-Lago. Sarà allora che i due presidenti dovranno spiegare al mondo cosa stanno facendo per impedire che Kim Jong-un ci attacchi con l’atomica. L’ultimo test, lo scorso settembre, scatenò una violenza pari al doppio dell’esplosione di Hiroshima. E magari stavolta Kim vorrà testare anche la risolutezza di The Donald, che in una intervista al Financial Times ha promesso di andare avanti da solo: «La Cina ha una grande influenza sulla Corea del Nord, e deve decidersi se aiutarci o no. Se lo fa, sarà un bene per la Cina. Se non lo fa, non sarà bene per nessuno». Mica basta: «Se la Cina non risolve la questione, lo faremo noi». E come? «Questo è quello che vi dico». Punto. Come aveva annunciato già il segretario di Stato Rex Tillerson durante la sua visita qui nel Sud est asiatico: «La pazienza strategica è finita, la politica degli ultimi vent’anni non ha funzionato, tutte le opzioni sono sul tavolo, compresa quella militare». Parole che rimbalzano in quelle da brivido dell’ex capo della Cia James Woolsey, già consigliere di Trump: «Pronti a fermare la Corea del Nord con ogni mezzo: armi atomiche incluse».
L’allarme è altissimo. Le immagini satellitari rivelano le ultime frenetiche attività nella zona di Punggye-ri: è in questi tunnel che i Dottor Stranamore della penisola più calda del pianeta sono al lavoro per regalare l’ultimo test atomico al Maresciallo, com’è chiamato lassù l’ultimo dei Kim. Anche lui, d’altronde, ha qualcosa da festeggiare: il 13 aprile saranno cinque anni alla guida della potentissima Commissione nazionale di difesa, e con un signore che ha dimostrato come la miglior difesa sia l’attacco – due test nucleari, almeno 25 lanci di missili nel 2016 – c’è poco da stare allegri. Quanto c’è invece da sperare che qualcosa di buono venga dal super meeting alla “Casa Bianca invernale”?
Qui i cinesi continuano a fare buon viso a cattivo gioco. L’aut aut del presidente Usa scompare dai media di regime che si soffermano invece sull’epocale missione di Xi in quel di Helsinki, tappa intermedia prima del volo transoceanico verso la Florida. Ma c’è poco da sorridere: i cinesi son riusciti a portare la nuova Via della Seta fin sul Baltico, e questo non dà l’idea della loro potenza? La buona volontà di Pechino è nel pacchetto di proposte già pensate per essere twittate a sua volta da Trump, come brillantemente riassume il Washington Post: pronti a lavorare su tot infrastrutture, pronti a creare tot posti di lavoro, et cetera, et tweet. La sparata anti-Cina di The Donald? Appena arrivata, il capo della diplomazia di Pechino, Yang Jiechi, ha preso il telefono e s’è raccordato col solito Tillerson: l’incontro sarà «un completo successo», il meeting è la «priorità principale» per rilanciare i rapporti «in una nuova era» e «promuovere la pace, la stabilità e la prosperità» in Asia – e quindi, si suppone, anche nella penisola coreana.
Meno rose e fiori è il rapporto che i consiglieri per la sicurezza nazionale, con il generale H.R. McMaster al comando, hanno consegnato a Trump. Le misure economiche, questa volta, non colpirebbero solo la Corea del Nord ma anche banche e aziende cinesi che continuano a fare affari con Pyongyang. Sarebbe il conto che dietro le quinte The Donald presenterebbe al nuovo Mao: facendogli anche balenare la possibilità che gli americani possano continuare a rinforzare la difesa antimissile in Giappone e in Corea, quando a Pechino ancora brucia il dispiegamento a sud di Seul dello scudo Thaad, che permette agli yankees di spiare il Dragone in casa. E se non basta? Ipotesi numero uno: continuare i cyberattacchi contro le postazioni di lancio – «Ma Pyongyang ha già dimostrato di poter lanciare missili senza preavviso da una varietà di posti» dice a Repubblica Joshua Pollack, direttore della Non Proliferation Review di Washington. Ipotesi numero due: via ad azioni «che hanno lo scopo di minare la leadership nordcoreana».
Traduzione: far fuori Kim. Ma come? È vero che Seul ha già in standby la sua Decapitation Unit: ma è stata pensata per entrare in azione soltanto in caso di guerra. A proposito: stasera la tv americana Nbc trasmette il suo telegiornale in diretta dalla base Usa in Corea del Sud. Come dire: a Pyongyang è già tutto pronto, ma neppure negli States scherzano.